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Diablo 2: Resurrected – La recensione di un’operazione riuscita

La mia analisi di Diablo II: Resurrected giocato su PlayStation 4, un classico tornato a noi in una veste migliorata e rispettosa di tutto ciò che lo rese memorabile

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Annunciato alla scorsa BlizzConline e sbucato da un girone infernale – vuoi per la sua natura o per gli scandali che ne hanno accompagnato l’uscita – Diablo II è finalmente approdato sulle nostre console e lo ha fatto in una veste moderna, di tutto rispetto e rimasterizzata.

Dopo oltre due decadi dal giorno in cui il prodotto originale fece il suo debutto (il 29 giugno del 2000), migliorando la formula che già anni prima aveva influenzato gli sviluppatori del mondo, abbiamo potuto rivivere il seguito del titolo che sdoganò il multiplayer nei GDR e pose il concetto di loot system alla base di un’intera esperienza videoludica.

Le valide premesse concretizzatesi durante la recente fase di Open Beta, incoraggiante poiché molto distante dal disastroso Warcraft III: Reforged, hanno così ribadito il talento insito nell’organico di Vicarious Visions (VV) e sedato le preoccupazioni riguardanti l’avvenire di un’IP immeritevole di finire al macero.

Scavando un po’ più a fondo e con un occhio di riguardo a quel che Diablo II ha da offrire ancora oggi, tenendo conto delle migliorie aggiunte all’interno di questa versione riesumata, ecco tutto ciò che è importante sapere prima di valutarne o meno l’acquisto.

Il primo Diablo non si scorda mai, figuriamoci il secondo

Giusto il tempo di selezionare una fra le 7 classi (Amazzone, Assassina, Negromante, Barbaro, Paladino, Incantatrice, Druido) e il nostro incedere verso est ha inizio ora come allora: un continuo spostarsi all’interno di mappe procedurali e accampamenti a cui fare puntualmente ritorno per consegnare le missioni, svuotare l’inventario davvero striminzito, fare eventuali acquisti e riparare l’equipaggiamento.

Il loop di gameplay granitico che ispirò infiniti cloni è decisamente lo stesso di sempre, così come l’atmosfera lugubre che si respira durante tutto l’arco narrativo suddiviso in 5 Atti. Nel nostro continuo barcamenarci tra orde di creature sperando di raccogliere armamentario più efficace, salire di livello e ambire alla build perfetta è tutto ciò che importa (e importava) in Diablo II.

Per quanto ben presentati, infatti, i dialoghi dei PNG (personaggi non giocanti) e la trama con cui ci si interfaccia rivestono il ruolo di mero sfondo funzionale all’esperienza; entità onnipresenti ma mai fondamentali al fine di godersi un gioco basato sul costante farming: azioni ripetute e dunque ripetitive che però garantiscono un senso di progresso e l’acquisizione di vari benefici.

A patto di non lasciarsi prendere dallo sconforto all’idea di una routine salda e scandita, cosa plausibile se abituati ad altri generi o ritmi di gioco ben più moderni, il gameplay e la narrativa di Diablo II: Resurrected fanno il loro lavoro e possono essere ammirati come se fosse la prima volta.

Svecchiare un classico…

Chiarificato che mettere mano agli aspetti di un gioco storico (con l’intento di ammodernarli) equivale a correre un determinato rischio, le idee dei creativi coinvolti nel progetto unite alla passione per l’opera di riferimento hanno portato all’uscita di una remaster che supera il concetto di riedizione grafica.

A dimostrazione di come la software house di Irvine possa ancora soddisfare i fan e di quanto sia saggio che per riuscirci si appoggi ad altri team, gli stessi che – non a caso – stanno curando il franchise di Diablo e la gestazione del suo quarto esponente attualmente in cantiere, questa resurrezione dell’action RPG isometrico per antonomasia ha tutte le carte in regola per essere apprezzata.

Andre Abrahamian e Chris Amaral, rispettivamente lead designer e lead artist del progetto, fecero riferimento a un 70% di materiale intoccabile e a un 30% di elementi sui quali intervenire, e devo dire che, malgrado avrei preferito osassero qualcosina in più (implementando ad esempio un’opzione per il bottino istanziato), mi è impossibile non rendergli atto dell’ottimo lavoro svolto.

Il tentativo di rinnovo messo in atto da VV si è infatti concentrato sugli aspetti tecnici e sul garantire una maggiore accessibilità a un titolo che, altrimenti, avrebbe rischiato di apparire invecchiato in fin troppi dei suoi frangenti. Al contempo, tuttavia, gli accorgimenti messi in campo dal team statunitense non hanno variato di una virgola i preziosi equilibri dell’epoca, cosa che garantisce a Diablo II: Resurrected il profilo di una remaster pregevole.

La possibilità di caricare un file di salvataggio risalente all’originale Diablo II, a tal proposito, è sintomo di tutta l’attenzione riservata al compiacere gli aficionados di un titolo che, fino a oggi, era ancora giocato ogni giorno.
La possibilità di caricare un file di salvataggio risalente all’originale Diablo II, a tal proposito, è sintomo di tutta l’attenzione riservata al compiacere gli aficionados di un titolo che, fino a oggi, era ancora giocato ogni giorno.

… senza intaccarne la sacralità

I ritocchi all’interfaccia utente e le altre accortezze rivolte alla quality of life, che vanno dalla raccolta automatica dell’oro all’utilissimo deposito comune – perfetto per chiunque voglia destreggiarsi fra diversi personaggi – non snaturano niente di ciò che contribuì a suggellare la fortuna di Blizzard.

Le poche incrinature d’altro canto, rappresentate su console da dettagli come l’impossibilità di giostrarsi agilmente tra le montagne di loot caduto ai nostri piedi, non sono sufficienti a svalutare i pregi dei quali ho già scritto e di quelli a venire. Un esempio? La bellezza delle cutscene interamente rifatte che scandiscono il passaggio da un Atto al seguente, così come fanno Andrariel, Duriel, Mephisto, Diablo e il dannato Baal già incluso nel pacchetto.

Diablo II: Resurrected dà quindi voce ai pensieri di chi sognava da tempo di tornare a Sanctuary e ci riesce limitandosi alle giuste accortezze calibrate su misura del proprio fandom. Chi è in cerca di nuove esperienze potrebbe anche scottarsi ma i giocatori coscienti di cosa li aspetta, ovvero lo stesso gioco di ventuno anni fa più bello da vedere e comodo da vivere, faticherebbero a trovare un vero difetto tra le numerose scelte poco opinabili.

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Ho trovato valide anche le soluzioni adottate per traslare l’immediatezza dell’originale Diablo 2 in direzione dei joypad DualShock 4; un’operazione il cui successo è cruciale ma non così scontato quando si tratta di videogiochi ove concatenare giri di skill.

Tecnicamente? Solido e a fuoco

Ci tengo a precisare fin da subito che è grazie alle animazioni riviste e alle texture illuminate in modo dinamico, condite poi con effetti grafici resi più attuali, che il colpo d’occhio innescato all’avvio di Diablo II: Resurrected merita gran parte della nostra attenzione.

Il rispetto e l’ottemperanza dimostrati nei confronti dell’originale, infatti, evidenti nel momento in cui si sceglie di fare un tuffo nel passato (L2 + Touchpad) e abbandonare il rendering 3D a favore della pixel art anni 2000, non lasciano spazio a critiche di sorta né a ripensamenti. Ecco quindi che i dubbi si fanno meno influenti e le piccole imprecisioni di carattere sporadico, come lo sfarfallio di qualche luce un po’ ballerina, compensate in direttissima dai nuovi particellari.

Scarsamente eccepibile anche per quanto riguarda il comparto audio, Diablo II: Resurrected vanta un’inconfondibile colonna sonora e un doppiaggio italiano in linea con gli standard elevati ai quali Blizzard ci ha abituati. La prima rende ancor più appagante le ore passate a falcidiare il male, mentre il secondo favorisce l’immersione all’interno di un esemplare universo dark fantasy.

Infine, ampliando il target di questa analisi oltre i confini di chi bazzica su PlayStation, dedico queste mie ultime parole a una funzione che sono certo valga la pena citare e far conoscere ai piú. Mi riferisco nello specifico alla possibilità di far progredire la propria avventura dividendosi fra piú piattaforme (cross progression), Nintendo Switch inclusa; un dettaglio che vista la quantità di grinding prevista dall’esperienza potrebbe far felice piú di un giocatore.

Scheda confidenziale su Diablo II: Resurrected

Essendo Resurrected una remaster di Diablo II, gli eventi da lei narrati si collocano immediatamente dopo il finale del primo capitolo. Il protagonista del videogioco capostipite di questa serie, soggiogato dal male eterno che scelse di veicolare, si dimostra incapace di trattenerlo a lungo e scatena una moria infernale sopra Sanctuary. Inutile dire che starà a noi mettere la parola fine a tale disastro.

Cosa mi piace

Cosa non mi piace

Con i suoi 3 trofei d’oro, le sue 9 coppe argentate e i 31 riconoscimenti di un bel bronzo brillante, il Platino di Diablo II: Resurrected impegnerà chiunque voglia cacciarlo per un tempo che definirei non indifferente.

Tra gli obiettivi più significativi – giusto per citarne alcuni – quelli che prevedono di completare il gioco a difficoltà Inferno con ogni classe e, tanto per gradire, di raggiungere il livello 99 con un personaggio hardcore.

Grafica

80

Impatto

80

Longevità

80

Sonoro

80

In sostanza, Diablo II: Resurrected sancisce il ritorno di un classico senza tempo, uno degli action RPG isometrici più influenti di sempre. Il lavoro di Vicarious Visions atto a svecchiarne gli aspetti grinzosi ha decisamente colpito nel segno e nonostante si sarebbe potuto osare ulteriormente, questa remaster si spinge oltre il concetto di riedizione grafica e lo fa rispettando ogni sfumatura dell’opera originale.

Le sue meccaniche anacronistiche e la sua struttura ripetitiva, ancora oggi apprezzabili se in linea coi propri gusti, non basterebbero comunque a sminuire o affossare la qualità dei risultati ottenuti in fase di sviluppo.

Per questi motivi e per tutti quelli che spero tu abbia già letto sopra, al netto di chi non sentirà il bisogno di rigiocarlo e di quelli che faticheranno a sopportare il peso del tempo, considero riuscita questa operazione nostalgia e scelgo di premiarla con un voto prominente.

VOTO COMPLESSIVO

8

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