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Beat Souls: recensione di un titolo riuscito a metà

Ecco la recensione di Beat Souls, un gioco musicale non troppo riuscito!

Beat Souls è uno di quei giochi musicali che prova a proporre un concept unico, differenziandosi in qualche modo dalla concorrenza spietata che aleggia nei vari store. Come spesso accade nei genere di nicchia, come questo, infatti, i fan sono spesso attentissimi ai dettagli, prendendo in considerazione soltanto esperienze confezionate nel migliore dei modi.

Di fatto, non basta soltanto un concept interessante per creare un buon rhythm game ma, al contrario, bisogna tenere conto di una serie di caratteristiche. Vediamo se Beat Souls ci riesce.

Trama? In Beat Souls non serve!

Beat Souls, come buona parte dei giochi musicali sul mercato, non ha una trama o un contesto. Al contrario, il titolo si limita a un’atmosfera dai toni “anime”, data dall’estetica dei personaggi e dai menù coloratissimi. Non parliamo però di un difetto, ma di una caratteristica molto presente nel genere, che punta tutto sul gameplay.

Tra schivate e note

Il gameplay di Beat Souls riprende quello dei classici giochi musicali a scorrimento verticale, dove le note arrivano dall’altro su un terreno di gioco diviso in varie colonne. In basso, però, non troviamo la così detta “judgement line”, dove premere le note con il giusto tempismo, ma un personaggio con due esserini colorati ai suoi lati.

Questi ultimi servono proprio a raccogliere le note dello stesso colore (blu o gialle), mentre il nostro personaggio si muove sulla griglia. In poche parole, ogni canzone vede arrivare dall’alto alcuni ostacoli da schivare – muovendosi a sinistra e a destra – o saltare. Muovendo il nostro avatar, però, faremo muovere anche i due esserini che lo affiancano.

Questi, al contrario, possono raccattare le varie note e, con l’apposita pressione dei tasti dorsali sinistro e destro, spostarsi nella direzione corrispondente. Ogni movimento del personaggio, quindi, viene fatto sia per schivare gli ostacoli, sia per far corrispondere i due esserini colorati alle note presenti su schermo.

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Muovendo il nostro personaggio possiamo evitare i muri viola, posizionandoci al contempo in modo da raccogliere le note ai lati.

Un’idea che sulla carta può essere carina, ma che si rivela un concept troppo debole per funzionare. Questa struttura di gioco, infatti, finisce per enfatizzare fin troppo i riflessi del giocatore a discapito proprio del ritmo. Quasi sempre, infatti, le canzoni non chiedono di spostarsi a un certo ritmo ma, al contrario, presentano delle situazioni caotiche, dove la prontezza di riflessi la fa da padrona.

Nei rhythm game è vitale strutturare ogni canzone con un ritmo preciso, che il giocatore possa capire e su cui possa basarsi per la pressione dei tasti. Il punto di forza dei classici del genere, come Project Diva, Taiko no Tatsujin, Arcaea, Project Sekai e molti altri, sta proprio qui.

Persino nelle canzoni più difficili, dove le note si susseguono a una velocità difficilissima da leggere, troviamo comunque un ritmo e dei pattern musicali, che sfidano non solo la destrezza con le dita, ma anche il senso del ritmo del giocatore. Questa caratteristica deve restare centrale nei rhythm game, per evitare che un concept potenzialmente interessante possa invece tramutarsi in una realizzazione fin troppo debole per essere soddisfacente.

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Beat Souls, purtroppo, parte proprio da queste basi. Abbiamo un buon concept, che però viene inevitabilmente rovinato da un’eccessiva enfasi verso la velocità di riflessi. In ogni caso, il titolo non è completamente disastroso ma, al contrario, ha anche dei pregi che possono renderlo apprezzabile da chi cerca solo una piccola distrazione.

Il gioco, infatti, è comunque realizzato bene. I controlli sono precisi e responsivi anche nelle situazioni più concitate e la hitbox delle note è davvero ben fatta. Nonostante l’azione si riduca troppo spesso ai soli riflessi, le risposte agli input sono sempre soddisfacenti.

Un altro pregio del titolo è dato dal gran numero di canzoni presenti, affiancate anche da una modalità infinita che rende tutto molto più difficile. Ogni canzone, peraltro, può essere giocata a vari livelli di difficoltà, aumentando quindi la longevità generale. Da questo punto di vista, però, vi è uno sbilanciamento generale decisamente discutibile.

Tutte le canzoni sono infatti divise tra vari personaggi, che fanno da avversario negli stage. I livelli di ognuno di loro seguono una difficoltà progressiva, che parte da canzoni facilissime, per poi arrivare a dei picchi di difficoltà molto più interessanti. Tutto questo, però, viene ripetuto con ogni singolo personaggio.

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In altre parole, viene spontaneo seguire tutte le canzoni del primo avversario, abituandoci progressivamente alla difficoltà più alta e, successivamente, arrivare alle canzoni di un secondo personaggio. Queste propongono di nuovo tracce lentissime, dalla difficoltà bassissima, che di conseguenza risulta noiosa.

Il risultato è una curva di difficoltà che sale e scende diverse volte, rendendo l’esperienza poco appagante nei punti più bassi. A questo si aggiunge il fatto che non sia possibile selezionare da subito le difficoltà più alte per le singole tracce, dovendo quindi partire necessariamente da quelle più basse.

Infine, dato che il gameplay non riesce quasi mai ad offrire al giocatore delle canzoni realmente basate sul ritmo, il tutto diventa ben presto ripetitivo e poco divertente. Beat Souls, quindi, non sviluppa bene il concept iniziale e fallisce a creare un’esperienza musicale che possa competere con la concorrenza.

Un’idea simile, per esempio, è stata adottata dall’ottimo EverHood, che invece riesce e creare un gameplay dove il ritmo è più importante.

Tra luci e flash, in Beat Souls

Il comparto tecnico di Beat Souls non riesce a farsi valere. Da una parte troviamo sprite non troppo elaborati, affiancati da animazioni legnose; mentre dall’altro lato vediamo una presenza eccessiva di luci ed effetti. Ogni stage si illumina di flash vari e costanti, che ben presto diventano snervanti.

L’azione resta comunque leggibile, grazie ai colori accesi, ma diventa inevitabile provare un senso di fastidio dopo poco tempo, soprattutto nelle situazioni più caotiche. 

Il comparto artistico si presenta invece con una generica estetica anime, decisamente poco ispirata e poco memorabile. I personaggi non riescono ad avere troppo carattere e generalmente non troviamo nulla che possa rendere Beat Souls davvero originale.

Infine, il comparto sonoro riesce a fare bene il suo lavoro. Le canzoni sono tante e sono varie, spesso anche con un ottimo ritmo. Peccato solo che non siano affiancate da un gameplay che riesca ad approfittarne come si deve.

Scheda confidenziale su Beat Souls

Beat Souls non propone una trama o un contesto, ma basa tutto su una generica estetica anime.

Cosa mi piace

Cosa non mi piace

Su Nintendo Switch, Beat Souls non propone trofei.

Grafica

60

Impatto

50

Longevità

60

Sonoro

70

Beat Souls è un titolo che semplicemente non riesce nel suo intento di essere un rhythm game. Il gameplay è infatti basato fin troppo sui riflessi e sulla velocità, piuttosto che sul ritmo propriamente detto e questo è un difetto molto grave nel genere.

Il concept iniziale, quindi, non riesce a essere sfruttato a dovere e ben presto l’esperienza diventa ripetitiva e la differenza nelle canzoni diventa poco rilevante a livello ludico. Se poi ci aggiungiamo una difficoltà mal gestita e  un uso eccesivo di luci ed effetti, abbiamo un risultato non troppo esaltante.

Beat Souls non è in grado di competere davvero con la concorrenza spietata del genere, che anche su Nintendo Switch presenta delle alternative decisamente più rifinite e interessanti.

VOTO COMPLESSIVO

4.8

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