Sense: A Cyberpunk Ghost Story

Sense: A Cyberpunk Ghost Story, la nostra recensione

Un titolo che di Cyberpunk ha poco, ma con degli spunti interessanti

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp

Negli ultimi mesi il cyberpunk va moda nel settore videoludico, complice l’attesa (in parte delusa) del tanto discusso Cyberpunk 2077. Così negli ultimi mesi abbiamo visto questa particolare corrente letteraria e artistica declinata in vari modi, dalla grafica pixellata di Cloudpunk al 2D pseudo horror di cui parleremo oggi, ovvero Sense: A Cyberpunk Ghost Story.

Andrebbe tuttavia premesso, che il cyberpunk non è solo estetica; nell’ultimo periodo si ha l’impressione che gli sviluppatori abbiano visto Blade Runner letto qualcosa di Gibson e si siano fatti l’idea che bastino dei neoninnesti roboticiologrammi e poco altro per rendere al meglio un universo cyberpunk.

E’ fondamentalmente quello cha accade in Sense, che di cyberpunk ha solo questi elementi, più un enorme quantità di seni prosperosi; non sembra in effetti che gli sviluppatori abbiano colto la vera essenza di questa corrente, oltre il mero aspetto visivo.

Sense: A Cyberpunk Ghost Story

In quei rari momenti in cui il gioco cerca di toccare le tematiche tipiche del genere mostra quanta confusione abbiano gli sviluppatori sul cyberpunk.

Che poi è il momento iniziale del gioco, che quindi parte sulla base di premesse che poco si svilupperanno nel corso dell’avventura, in cui la protagonista riflette brevemente sull’impatto che le megacorporazioni hanno sul mondo. Tuttavia, nel giro di qualche secondo arriva alla conclusione che queste aziende non sono il male assoluto, perchè danno sostentamento a molte persone. Esattamente l’opposto della filosofia cyberpunk.

Sense: A Cyberpunk Ghost Story di Cyberpunk ha solo il titolo

In alcuni frangenti invece abbiamo momenti di ironia, anche slegata dal contesto, in cui per esempio ci si riferisce alle critiche che subiscono i mangaka che disegnano personaggi sproporzionati; l’umorismo nasce dal fatto che la protagonista stessa ha una corporatura impossibile, con un seno troppo florido anche per un essere sintetico o quasi. Ma anche in questi frangenti l’intento degli sviluppatori non è del tutto riuscito; il gioco non offre una visione critica di quello di cui parla.

Non ci sono le classiche riflessioni introspettivi sul ruolo della tecnologia nei confronti dell’umanità; nessuna discussione su una società sbilanciata dai rapporti di forza delle corporazioni che consegnano il potere nelle mani di pochi. Non ci sono nemmeno i riferimenti alle tematiche sessuali sempre presenti nel cyberpunk, che di certo non si limitano a qualche personaggio seminudo, a qualche battutina o ad un protagonista con le tette giganti.

Da questo punto di vista Sense cade negli stessi errori di Cyberpunk 2077: pur dichiarando, sin dal titolo, l’appartenenza ad un genere ben specifico prestano il fianco ad errori marchiani, rappresentando poco il loro modello d’elezione.

L’altra cosa strana di Sense è la totale dissonanza di intere sezioni in cui non c’è la benchè minima traccia, neppure visiva, di riferimenti al cyberpunk.

Vista la sua natura di titolo horror, spesso la protagonista finisce in una sorta di dimensione parallela che ricorda titoli come Silent Hill, fatta com’è da ambienti semibui e abbandonati.

Quando ci siamo abituati a questo mondo da incubo, che mantiene un certo fascino, la nostra protagonista riuscirà a venirne fuori, tornando ad immergersi nell’abbondante luce dei neon.

E’ evidente come questi due generi, e le relative ambientazioni, facciano a pugni tra loro sotto ogni punto di vista, dando vita a quelli che sembrano a tutti gli effetti due titoli totalmente separati, uniti a forza in qualche modo.

Un gameplay tutt’altro che brutto

Per fortuna Sense non è brutto da giocare, ed è questo che lo salva. Gli sviluppatori dicono di essersi ispirati a classici del passato come Project Zero e Clock Tower e pur con le dovute differenze, gli sforzi per omaggiare questi titoli hanno dato un risultato apprezzabile.

A livello di gameplay siamo in presenza di un adventure con elementi punta e clicca, per cui dovremo esplorare gli ambienti, raccogliere oggetti e indizi con cui aprire porte e risolvere puzzle per andare avanti.

Pur essendo una struttura molto semplice, non sempre funziona alla perfezione. Uno dei problemi principali, comuni in realtà a questo tipo di giochi, è che per avanzare devi sempre completare alcuni passaggi nell’ordine previsto dagli sviluppatori.

Per esempio ad un certo punto dovremo fondere una statua che troviamo su un ripiano, ma non potremo raccoglierla se prima non avremo messo un pentolone sul fuoco; pur vedendo la statuetta e sapendo che ci serve non potremo raccoglierla se non avremo predisposto il tutto.

Questo ci porta al consueto e sempre fastidioso backtracking e anche alla necessità di comprendere quale sarà la corretta sequenza degli eventi, spesso una sfida più complessa degli stessi puzzle.

Lasciando da parte questi problemi, la necessità di setacciare le varie zone ed esaminare attentamente gli ambienti riesce a darci la giusta tensione positiva.

I nemici, quando si manifestano, diventano a loro volta un puzzle. Come avviene nei vari Clock Tower, o più di recente nella serie The Coma, l’abitudine dei nemici di comparire all’improvviso in maniera casuale ci obbliga ad una corsa verso la salvezza del tutto diversa dagli altri segmenti di gioco.

In Sense tuttavia l’obiettivo del gioco è sfidare la minaccia, più che fuggire, dal momento che il gioco è stato costruito in questo modo: spesso il nemico comparirà quando avremo svolto un certo compito e la soluzione sarà raggiungere un determinato punto in tempo.

In questo modo abbiamo un gameplay meno frustrante rispetto a quando il nemico compare nel momento inopportuno. Il rovescio della medaglia è che viene meno la tensione costante, dal momento che sappiamo di essere al sicuro finchè il gioco non prevede il contrario.

Di tanto in tanto avremo anche dei Quick Time Event, di solito per schivare la creatura di turno, e nel complesso possiamo dire che Sense per quanto riguarda le meccaniche di gioco funziona bene. Si riscontrato di tanto in tanto alcuni bug, più che altro relativi agli obiettivi e ai puzzle da risolvere, ma nulla di irreparabile.

L’unico elemento rivedibile nelle meccaniche di gioco è dato dalla finestra di interazione con gli oggetti, spesso talmente piccola da costringerci a fare i salti mortali per raccogliere un oggetto e leggere una nota.

Segnali di Stile

Anche da un punto di vista squisitamente estetico Sense manifesta la propria natura bipolare. Le ambientazioni sono molto ben realizzate, anche se la logica difficilmente ci porterebbe a collegare un bar cyberpunk ad un edificio decrepito.

Dove il gioco difetta è nelle proporzioni di tutti i personaggi, a cominciare dalla protagonista, che risultano nel complesso poco convincenti e ai limiti del grottesco. Certo, spesso sono elementi poco considerati nel settore, tuttavia proporzioni e armonia sono importanti per un buon artwork, che ui manca.

Ho apprezzato l’idea di disegnare la protagonista come una pin-up, nel cyberpunk del resto l’elemento sessuale, connotato da libertà di costumi ed esperienze è molto presente. Nella sua realizzazione manca però quel qualcosa in grado di farci dire che gli sviluppatori hanno centrato l’obiettivo.

Il comparto sonoro, pur non brillando e risultando complessivamente inferiore a quello di The Coma, per citare un titolo simile, assolve al proprio compito fornendo un accompagnamento adeguato a quanto avviene sulla scena.

Sense: A Cyberpunk Ghost Story è un gioco con due anime, tuttavia riesce bene solo nella sua metà horror. Offre alcuni momenti genuinamente “creepy” e il suo gameplay punta e clicca funziona a dovere.

Dove fallisce è nel ricreare un’atmosfera cyberpunk, di cui non riesce a riprendere gli stilemi offrendone una lettura troppo semplicistica.

Nel complesso è difficile unire due generi troppo diversi tra loro. Il risultato è un titolo piacevolmente giocabile a tratti, ma ben lungi dall’essere qualcosa di memorabile.

Potrebbe interessarti

Sottoscrivi
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
Guarda tutti i commenti

Scheda confidenziale su Sense: A Cyberpunk Ghost Story

2083 Neo Hong Kong, una giovane donna di nome Mei Lin Mak viene trascinata in un vortice di orrore soprannaturale. Mentre scruta più a fondo nel mistero, Mei sarà costretta a mettere in discussione la sua percezione della realtà e la fiducia nei suoi occhi cibernetici. Sotto le luci al neon di una distopia cyperpunk, le rovine dei “Chong Sing Apartments” nascondono un sanguinoso mistero illuminato sia dalle tradizioni del folklore cinese che dalle innovazioni del futuro industriale.

Cosa mi piace

  • Ambientazioni ben riuscite
  • Gameplay solido

Cosa non mi piace

  • Due generi troppo diversi tra loro legano male
  • L’elemento Cyberpunk è troppo superficiale

60

Grafica

65

Impatto

60

Longevità

60

Sonoro

Non sono presenti trofei nella versione Switch

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su whatsapp
Condividi su telegram
0