A una settimana dall’annuncio della fine dei dischi PlayStation dal gennaio 2028, la petizione Don’t Kill the Disc ha superato le 213.000 firme ed è in cima alla classifica Trending di Change.org, mentre almeno altre 14 petizioni minori chiedono la stessa cosa: nonostante la protesta, tutto lascia pensare che Sony andrà avanti comunque, perché la decisione poggia su una logica economica già confermata dai mercati, con il titolo salito del 3,2 per cento alla Borsa di Tokyo e del 2,9 per cento su quella statunitense il giorno dell’annuncio. Ecco perché la community si è mobilitata e perché, sull’altro fronte, Sony sembra avere già tutte le ragioni di cui ha bisogno per non tornare indietro.
La protesta: 213mila firme e il fantasma dell’E3 2013
A guidare la protesta è Jade Pearce, proprietaria del rivenditore canadese PNP Games, che ha lanciato la petizione il giorno stesso dell’annuncio raccogliendo 40.000 firme nelle prime 48 ore. L’argomento più citato riguarda un episodio storico della stessa PlayStation: all’E3 2013 Sony aveva conquistato il pubblico promettendo che i giochi acquistati su disco si sarebbero potuti rivendere, prestare o conservare per sempre, deridendo pubblicamente Microsoft per le restrizioni previste su Xbox One.
Tredici anni dopo, secondo Pearce, “è Sony a togliere quello stesso diritto”. Nel testo della petizione, un box con solo il codice di download viene definito una licenza digitale in una confezione di plastica, non un gioco posseduto davvero. A rafforzare la protesta si sono aggiunte voci note del settore, da Hideo Kojima all’ex responsabile Blizzard Mike Ybarra, mentre gli account social ufficiali di PlayStation sono rimasti in silenzio per quasi una settimana prima di tornare a pubblicare, ricevendo un’ondata di critiche sotto ogni post.
La logica economica: perché a Sony conviene comunque
Sul fronte opposto, l’annuncio ufficiale firmato da Sid Shuman, Senior Director of Content Communications di Sony Interactive Entertainment, sul PlayStation Blog ufficiale parla di “una direzione naturale per adattarsi alle tendenze dei consumatori”.
Dietro la formula istituzionale ci sono numeri difficili da ignorare: l’85 per cento dei giochi venduti su PS5 e PS4 viene già acquistato in digitale, il 27 per cento delle PlayStation 5 vendute negli Stati Uniti non include nemmeno un lettore disco, e secondo l’analista Rhys Elliott di Alinea Analytics, citato da Kotaku, un disco può essere rivenduto decine di volte senza che Sony veda un centesimo oltre alla prima vendita: eliminarlo trasforma ogni passaggio di mano in un potenziale nuovo acquisto digitale a prezzo pieno.
Il segnale più concreto che la transizione è già in corso arriva dalla fabbrica Sony di Thagau, in Austria, uno dei principali stabilimenti per la stampa dei dischi, che risulta già in fase di riconversione per la produzione di microlenti ottiche: non esattamente il comportamento di un’azienda che sta ancora valutando se tornare sui propri passi.
Le riserve che restano aperte
Al di là del tifo da una parte o dall’altra, la vicenda solleva questioni che nemmeno i sostenitori del digitale possono ignorare del tutto. La stessa Sony ha rimosso di recente oltre 500 film dal proprio catalogo digitale, inclusi contenuti già acquistati dagli utenti, un precedente che rende meno teorica la preoccupazione sulla revocabilità delle licenze digitali. La petizione stima inoltre un impatto su migliaia di posti di lavoro tra rivenditori, distributori e magazzini legati al mercato fisico e dell’usato, un settore che con l’addio ai dischi perderebbe una delle sue colonne portanti. Resta poi il tema della conservazione: senza supporto fisico, la sopravvivenza di un gioco dipende interamente dal fatto che i server di uno store restino online, come raccontato più nel dettaglio nel nostro approfondimento su cosa cambia per usato, retrocompatibilità e collezionismo con la fine dei dischi PlayStation, dove entriamo nel merito di prezzi, PS6 e implicazioni pratiche per chi possiede già una libreria fisica.
Un settore che si guarda intorno
Il contesto competitivo aggiunge un’altra sfumatura alla vicenda. Microsoft non ha ancora commentato ufficialmente, ma la futura Xbox, nota con il nome in codice Project Helix, circola da mesi come progetto pensato per un ecosistema interamente digitale. Nintendo, dal canto suo, continua a puntare sul fisico anche su Switch 2, seppure con le game-key card, schede che in alcuni casi contengono solo la chiave di attivazione e non l’intero gioco: un compromesso a metà strada che comunque lascia sopravvivere l’oggetto fisico come esperienza d’acquisto. Anche il destino della prossima PlayStation 6 resta legato a questa scelta: secondo l’analista Piers Harding-Rolls di Ampere Analysis, la data di gennaio 2028 rende sempre più probabile che la console arrivi già priva di lettore disco come configurazione standard.
Una domanda che resta senza risposta
Difficile dire, a questo punto, se le firme raccolte online riusciranno mai a scalfire una decisione già annunciata con tanto di stabilimenti in fase di riconversione. Le petizioni online raramente cambiano le strategie industriali delle grandi aziende, ma la loro dimensione, quasi un quarto di milione di adesioni in una settimana, racconta comunque qualcosa su quanto il concetto di possesso di un gioco resti sentito da una parte consistente del pubblico, anche in un mercato dove il digitale ha già vinto nei numeri da tempo. Resta da vedere se questa mobilitazione lascerà un segno reale sulle prossime mosse di Sony, oppure se, come per Grand Theft Auto VI, l’industria si limiterà a prendere atto e ad andare avanti.