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Onee Chanbara Origin – La recensione di un remake ben confezionato

La mia analisi di Onee Chanbara Origin su PlayStation 4, un titolo action sviluppato da Tamsoft e pubblicato da D3, che cerca in qualche modo di dare nuova luce a un franchise del passato

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In sostanza, Onee Chanbara Origin riesce a catapultare ai giorni nostri un franchise vecchio di 15 anni, limitandosi tuttavia a delle meccaniche superficiali. Così facendo, il titolo si presenta come un remake ben confezionato utile a recuperare gli inizi della serie, che fatica però ad andare oltre e distinguersi in un genere dagli standard elevati.

Al netto di questi limiti e tralasciando chiunque non vedesse l’ora di rivivere i primi due Onee Chanbara in veste del tutto rinnovata, consiglierei questo titolo a qualunque giocatore interessato, suggerendo però di aspettare un’offerta che ne riduca almeno in parte il prezzo di 49.99 €.

Voto

Come amo spesso fare in fase di recensione, prima di addentrarmi nel vivo di ciò che offre Onee Chanbara Origin, ho pensato fosse il caso di fare un passo indietro e introdurti brevemente al titolo in questione. Dopotutto, proprio come successe con Utawarerumono: Prelude to the Fallen, stiamo parlando di un prodotto che rientra in toto nella categoria dei remake e per questo motivo, ancor più che mai, tentar di comprenderne la genesi risulta interessante quanto doveroso.

Per farlo, occorre tornare almeno fino al 1998, anno in cui la già citata sussidiaria di Bandai Namco D3 Publisher, iniziò a pubblicare la propria linea di videogiochi a basso budget anche su PlayStation e, successivamente, su tutte le maggiori console. Parliamo di Simple Series: vere e proprie raccolte di più titoli dalle poche pretese, vendute sul mercato a un prezzo stracciato. Ma cos’è a rendere tanto interessante l’esistenza di vecchi giochi di dubbia qualità?

Ad esempio, il fatto che a partire dagli anni 2000 e con l’arrivo di PlayStation 2, i vari team di sviluppo al lavoro su quei titoli poterono iniziare a sbizzarrirsi in soluzioni più variegate, che diedero spesso vita a trovate originali e concept ideati senza il timore di sbagliare. In altre parole: le raccolte nate con il nome di Simple Series divennero una sorta di banco di prova, dove moltissimi sviluppatori poterono dare libero sfogo alla propria creatività.

Inutile dire che libertà di questo tipo non sfociano sempre in capolavori inestimabili, ma molti di quei titoli divennero popolari in occidente proprio grazie al loro essere a dir poco stravaganti. Come avrai ormai intuito, tra questi ci fu anche il primo Onee Chanbara (Zombie Zone), un videogioco action tridimensionale in cui una giovane in bikini armata di katana, si ritrova a dover affrontare un’apocalisse zombie.

Arrivati al 15° anniversario della serie, che a oggi conta ben una dozzina di videogiochi e un paio di lungometraggi realizzati in live action, gli sviluppatori hanno pensato bene di riprenderne in mano i principi re-immaginandoli attraverso un remake. Nasce quindi Onee Chanbara Origin, un rifacimento di quelli che furono i primi due esponenti del franchise, uniti per l’occasione all’interno di un singolo pacchetto.

La virtù dell’ignoranza

Iniziamo subito con il dire che la trama di Onee Chanbara Origin, che a conti fatti potremmo definire un susseguirsi apparentemente insensato di situazioni sopra le righe, si limita a essere una parziale rivisitazione di quanto già visto in passato. Dopo esser stata cresciuta dal padre e aver imparato la maestria della spada, la protagonista Aya si ritrova sola e impegnata a liberare il Giappone dagli zombie.

Allo scopo di ritrovare la giovane sorellastra Aki e il proprio genitore, entrambi scomparsi dopo la morte della sua matrigna, Aya scende a patti con una donna che sembra condividere l’intenzione di debellare la non-morte. Dopo diversi anni di lotte serrate e Dio solo sa quanto sangue versato, le loro ricerche sembrano giungere finalmente a un punto di svolta ed è proprio qui, che Onee Chanbara Origin, dà il controllo in mano ai giocatori.

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Prendi l’essenza di Resident Evil, il nerbo di Devil May Cry e mescola il tutto ai tratti caratteristici dei moltissimi Shōnen giapponesi: ecco Onee Chanbara Origin. Tra orde di zombie, sangue demoniaco e ragazze particolarmente accaldate, è certo che a prima vista questo titolo faticherebbe a passare inosservato.

Nel corso dei 25 capitoli che compongono il gioco e le circa 8 ore necessarie a completarli tutti, risulta a dir poco chiaro quanto la sceneggiatura non sia mai stata il fiore all’occhiello di questa serie. Ti parlo di una trama che si regge a malapena su sé stessa a causa dei continui ribaltamenti e colpi di scena forzati, capace tuttavia di scorrere alla grande nel suo rivestire un ruolo che considererei marginale.

Poco importa della mai approfondita organizzazione Uroboros o delle motivazioni incomprensibili che spingono alcuni personaggi, ciò che conta davvero in Onee Chanbara Origin è quello che ci aspetta nella prossima battaglia e la cosa assurda di tutto questo, ancor più del suo finale, è che dal punto di vista ludico funziona alla perfezione.

Più del dovuto ma meno del necessario?

Dopo averti introdotto alla trama di Onee Chanbara Origin e averne riconosciuto il potenziale da gioco action più insensato dell’anno, è arrivato il momento di parlarti dell’aspetto su cui si basa l’intera esperienza: il gameplay nudo e crudo. Essendo questo un titolo hack and slash che strizza l’occhio al cosiddetto “stylish action”, un particolare approccio al genere reso celebre da Hideki Kamiya (director tra le altre cose di Devil May Cry e Resident Evil 2), l’aspetto che risulta fondamentale analizzare è senza dubbio il suo sistema di combattimento.

Viste le premesse, arrivati a questo punto ci si potrebbe aspettare che il titolo offra un combat system ricco di meccaniche, finezze e tecnicismi vari. Purtroppo però, al di là di qualche trovata interessante e a causa della scarsa varietà che caratterizza nemici, armi e mosse a disposizione o più semplicemente le situazioni proposte, Onee Chanbara Origin fatica a distaccare l’attenzione dall’idea che ci si trovi alle prese con qualcosa di poco elaborato e ancor meno flessibile. Nel complesso, non è abbastanza complesso.

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Fortunatamente, a venire in soccorso del giocatore che non ha quindi modo di migliorarsi attraverso il perfezionamento di combo degne dei migliori picchiaduro, in Onee Chanbara Origin troviamo un’infrastruttura in salsa J-RPG dove ogni personaggio accumula punti esperienza e sale di livello, potenziandosi così in base alla caratteristica che si sceglie di aumentare (Attacco, Difesa o Salute).

Tolta l’apparente profondità data dal fatto che ogni arma risulta piú o meno efficace a seconda dei nemici affrontati, inevitabilmente smascherata dalla presenza di due sole alternative per ogni personaggio, nemmeno la possibilità di switchare spada nel bel mezzo di una combo basta a rendere Onee Chanbara Origin un action memorabile. In sostanza, abbiamo quindi un’esperienza fortemente adrenalinica e soddisfacente per gli occhi di chi gioca, che presta però il fianco ai limiti poco trascurabili di meccaniche fin troppo superficiali.

Detto questo, ci tengo però a fare una precisazione: nel risultare incapace di nascondere le proprie radici da titolo low budget e ormai vetusto, Onee Chanbara Origin riesce a fare con naturalezza una delle cose più importanti in un genere come questo, ovvero intrattenere il giocatore dal tutorial fino ai titoli di coda. A fronte di questo, la faciloneria con cui sono state implementate meccaniche quali la Cool Combination o la Berserk Form, entrambe utili più che altro a rendere il gioco accattivante a livello visivo, riesce in qualche modo a passare in secondo piano.

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Nel mio caso specifico però, a fare la differenza tra una semplice sufficienza e il voto più altero che leggerai tra non molto, è stata la presenza di quella minima personalizzazione data dai vari anelli equipaggiabili dalle protagoniste; un dettaglio quasi insignificante che va però a supportare una rigiocabilità altrimenti dimenticabile.

Sangue zombie a 60 frame al secondo

Ma ora basta parlare di limiti e di cosa un remake uscito quest’anno avrebbe potuto offrire rispetto al passato, è finalmente arrivato il momento di dedicarci al profluvio di sangue quasi pletorico, sovrabbondante e mai eccessivo, che riempie gli schermi di chi ammazza zombie giocando a Onee Chanbara Origin.

Vuoi per la grafica cel-shading perfettamente in linea con lo spirito del titolo, vuoi per gli effetti visivi ai limiti del gore più splatter che ci sia, il comparto tecnico di Onee Chanbara Origin è una delle prime cose che salta all’occhio e in questo, il team di sviluppo, ha davvero fatto un ottimo lavoro. Il gioco vanta infatti una stabilità degna di nota ove la resa visiva di ogni smembramento e le conseguenze di ogni decapitazione, fanno sembrare qualsiasi battaglia un parco giochi in cui divertirsi.

A condire il tutto, a fianco di un buon doppiaggio (specie quello in lingua originale), ci pensa infine una colonna sonora che unisce vari riff metal a sonorità più elettroniche; una combo che si sposa perfettamente all’azione concitata dell’intero videogioco. Ora però, direi che è decisamente arrivato il momento di tirare le somme e chiudere questa mia analisi dedicata a Onee Chanbara Origin.

Fonte

Destiny 2: Oltre la Luce, problemi all’orizzonte?

Complimenti, articolo molto dettagliato. Condivido pienamente il tuo pensiero

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Informazioni aggiuntive su Onee Chanbara Origin

Cosa mi piace

  • Lo stylish action alla portata di chiunque
  • Gameplay limitato, ma comunque efficace
  • Infrastruttura ruolistica che dona effettiva rigiocabilità al titolo
  • Visivamente molto soddisfacente
  • Un ottimo modo per conoscere la serie

Cosa non mi piace

  • Non esattamente il miglior esponente del genere
  • Trama surreale e priva di mordente
  • Meccaniche varie ma fin troppo superficiali
  • Si poteva osare di più
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Grafica
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Impatto
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Longevità
0
Sonoro

Con i suoi 21 trofei di bronzo, i 14 d’argento e le sue 3 misere coppe dorate, il Platino di Onee Chanbara Origin potrebbe rivelarsi più impegnativo del previsto. A renderlo tale, sarà l’immancabile grinding tipico dei videogiochi giapponesi e, ancor più di questo, il completamento della solita arena caratterizzata dalle cento ondate, indispensabile per poter raggiungere il tanto agognato 100%.

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