X-COM: Terror from the Deep

Old But Gold #17 – X-COM: Terror from the Deep

Quando un reskin viene fatto bene

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Sull’onda del successo del mitico UFO: Enemy unknown (rilasciato in Nord America come X-COM: UFO Defense), MicroProse rilancia con un secondo capitolo a base di alieni e nel 1995 esce sul mercato il titolo che avrebbe confermato il nome di un’intera saga, ovvero X-COM: Terror from the deep, strategico a turni con una forte componente gestionale e un marcato tratto sci-fi.

La versione DOS e Windows spopola e in meno di un anno arriva anche il porting per Playstation. Un trionfo. Tanto che da quel momento in poi anche il primo UFO entra a far parte della famiglia X-COM nel gergo dei videogiocatori che eppure, nonostante il grandissimo impatto avuto da questo secondo capitolo sulla cultura del videogioco, il “terrore dal profondo” resta purtroppo il meno giocato dagli appassionati della saga X-COM.

I motivi sono molteplici: la grande popolarità del titolo precedente, una risoluzione grafica che oggi è difficile da digerire, ma soprattutto la sensazione che gli sviluppatori abbiano approfittato del successo del primo lavoro per farne una copia e spacciarla come la naturale continuazione del gioco uscito un anno prima.

In effetti, visto con occhio critico, il lavoro svolto dagli sviluppatori somiglia un po’ troppo a un reskin di armi e tileset degli scenari, piuttosto che qualcosa di nuovo e fresco. Ma questo tipo di ragionamento si fa soltanto adesso, perché 24 anni fa chi aveva giocato e apprezzato “UFO” aveva una sola cosa in mente: giocare al capitolo successivo.

O sarebbe meglio dire che dopo un primo assaggio del brand, e non avendo a disposizione gli altri titoli che sarebbero arrivati da lì a qualche anno, si prendeva quello che proponeva MicroProse (i cui fondatori, è bene ricordarlo, sono Sid Meier e Bill Stealey) e si lasciava passare senza problemi il messaggio degli sviluppatori, che giustificavano l’assenza di novità di rilievo con un filmato introduttivo chiaro e semplice.

X-Com incontra Lovecraft

La storia di Terror from the Deep inizia proprio dove finisce il primo capitolo della saga, con la distruzione della base aliena su Marte da parte degli X-COM, un gruppo di combattenti paramilitari sovvenzionati dagli stati della Terra, che hanno pagato profumatamente ogni disco volante abbattuto.

Ma con un colpo di scena, al momento della sconfitta, i cattivissimi marziani lanciano un segnale verso il nostro pianeta, o meglio, nelle sue profondità più recondite: la Fossa delle Marianne. Dall’oscurità più cruda del freddo oceano ecco levarsi una nuova minaccia in cerca di morte e distruzione.

Siamo alla fine del 2039 e l’invasione aliena terrestre appena soffocata dagli X-COM non è ancora stata del tutto estinta. Questa volta andrà combattuta nelle insidiose acque del globo, nelle quali da milioni di anni – si capirà poi nel corso del gioco – gli alieni non aspettavano altro che il momento giusto per cominciare il loro attacco su scala globale e prendere possesso del pianeta. I sommergibili nemici fanno quindi strage di navi passeggeri nei mari terrestri e ancora una volta ecco gli eroi X-COM ergersi a paladini dell’umanità.

Gli alieni, dalle forme ben diverse rispetto ai loro cugini spaziali del gioco precedente, sono guidati da un’entità aliena semi-divina conosciuta come T’Leth, che si nasconde nei meandri degli oceani. Missione dopo missione, saremo pronti a sviluppare nuove armi e tecnologie subacquee all’altezza dei “nuovi” nemici allo scopo di rintracciare la base principale da cui partono gli attacchi e distruggerla, per far cessare questa nuova ondata di terrore una volta per tutte.

X-com terror form the deep

Un gameplay avvincente dalla semplicità imbarazzante

I giochi di oggi cercano ancora di emulare – al meglio delle loro possibilità – titoli come questo, proprio perché MicroProse era riuscita a fare della semplicità del gameplay la sua arma più forte. A chi non avesse mai giocato questo titolo consiglio infatti di farci un pensiero, visto che su Steam è possibile reperirlo a un prezzo irrisorio.

Si, perché se oggi siamo abituati a giochi strategici che si sforzano di non sembrare complessi, ma che richiedono ore di pratica per raggiungere una buona capacità di azione. All’epoca era la strategia a farla da padrona. Un’operazione svolta al meglio portava a vantaggi tangibili su tutto il percorso del gioco, mentre una singola sconfitta poteva far fallire un’intera campagna.

Il combattimento a turni, meccanica cardine di X-COM: Terror from the Deep, non era certo una cosa nuova per l’epoca, eppure il titolo era riuscito a combinarlo con un gestionale attivo che ci metteva nei panni di un dirigente in guerra contro gli alieni che, oltre a dover fermare gli attacchi, era chiamato a migliorare il proprio arsenale, reperire e addestrare il personale adatto ai vari settori (ricerca, combattimento, psicologia…), costruire veicoli che fossero adatti ai diversi scenari d’azione e tenere buoni i capi dei vari stati terrestri, pronti a dar la colpa agli X-COM in caso di fallimento di qualche operazione tattica sul loro territorio.

Questo ovviamente portava dei malus: pochi soldi da parte dei governi della Terra decretavano una difficoltà maggiore nella gestione delle basi e degli armamenti necessari. Il tutto centellinando il tempo a nostra disposizione per ottimizzare al massimo le strategie da seguire. Oppure si poteva decidere di fare a meno di alcuni stati e concentrarsi su altri maggiormente difendibili così che questi ultimi sborsassero i fondi necessari alla campagna militare in corso. Insomma, il destino del pianeta era nelle mani del giocatore.

Purtroppo non tutto è “‘oro”

Terror from the Deep ovviamente ha anche qualche difettuccio. A decretare le pecche di questo titolo, purtroppo, è stato proprio il successo del primo X-COM. MicroProse ha infatti preso la palla al balzo e, senza risolvere le mancanze del primo gioco della saga ha semplicemente riproposto le stesse esatte meccaniche, mettendo mano soltanto alle grafiche.

Old But Gold #17 - X-COM: Terror from the Deep 1

La pixel art non basta e un po’ di design in più non avrebbe certo guastato. Come non avrebbe dato fastidio un’AI più “sveglia” o nemici con abilità nuove o una maggiore attenzione agli ambienti di gioco (le esplosioni sul fondo dell’Oceano non danno soddisfazione, ma più che altro fastidio).

Insomma, non sarà il gioco più bello degli anni ’90, ma X-COM: Terror from the Deep può ancora oggi divertire un pubblico in grado di andare oltre semplice aspetto del prodotto videoludico e che, magari, ha conosciuto la saga X-COM soltanto per i suoi titoli più recenti, senza mai aver esplorato le profondità oscure degli abissi oceanici.

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