Agony – La recensione

Un gioco di parole, mi rendo conto, banale ma efficace: un'agonia

Agony in arrivo su Nintendo Switch... okay?
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Basta una discesa all’inferno e il tentativo di rivalsa di quello che era un uomo per fare un gioco interessante? Decisamente no, e Agony lo dimostra pienamente.

Basta una discesa all’inferno e il tentativo di rivalsa di quello che era un uomo per fare un gioco interessante? Decisamente no, e Agony lo dimostra pienamente.

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A qualche mese di distanza dall’uscita per Xbox One, Pc e PlayStation 4, il controverso titolo di Madmind approda sulla console ibrida di Nintendo. Anche in questo caso con pessimi risultati.

Per essere un titolo rivolto ad un pubblico maturo, è ironico come Agony sembri programmato da un dodicenne, che dà la propria interpretazione di un horror.

Partito con un certo entusiasmo e una buona dose di ambizione, l’ultimo lavoro di Madmind Studio è un completo fallimento, incapace come è di creare qualcosa di valido dietro una noiosa e troppo semplicistica celebrazione di sesso, violenza e più in generale autoindulgenza.

Tutto ciò che vediamo nel gioco è assemblato senza metodo o cognizione di causa,  con l’unico scopo di shockare il giocatore, senza alcun tipo di contenuto di fondo.

Nel suo tentativo di incanalare elementi horror presi da varie epoche, Agony semplicemente dimentica gli elementi che rendono il genere un successo; tutto ciò che vedremo in una run di una decina d’ore all’incirca saranno animazioni sgraziate e intricate, peni rinsecchiti e demoni sadomasochisti.

Il risultato ricorda vagamente Lust for Darkness, ma probabilmente Agony è anche peggio…

Dannazione Eterna

Agony è un survival horror in prima persona, sulla falsa riga di Outlast e Amnesia, in cui ci troviamo nei panni di un tizio qualunque; morto da poco e scaraventato negli abissi infernali.

Agony

I suoi ricordi, così come buona parte della sua pelle, bruciati nella drammatica discesa. Tuttavia esiste una via di fuga, rappresentata dalla Dea Rossa che a quanto pare conosce l’identità del protagonista.

Questo è, più o meno, il grosso della storia: a parte alcuni deliri sotto forma di pergamene da collezionare e un doppiaggio terribile, Agony fa ben poco per esplorare le premesse iniziali, lasciando gran parte della storia sullo sfondo.

Le nostre motivazioni e le direzioni da intraprendere sono vaghe, con ogni livello che sembra un giro su un traghetto che ci porta da un ambiente grottesco a quello successivo.

Alcuni ambienti potrebbero anche essere interessanti, ma all’ennesimo “evento shockante” si smette di prestare attenzione al circondario, desensibilizzati come si è da questi continui tentativi di farci saltare in aria sulla sedia.

Senza armi di alcun tipo o abilità di combattimento a nostra disposizione, qualunque confronto ci porterà inevitabimente alla morte. Dovremo ingegnarci a sgattaiolare, nasconderci e fuggire dalle varie creature infernali, mentre cerchiamo il cammino da intraprendere. Nelle prime ore di gioco, in cui veniamo introdotti alle meccaniche, questo aspetto funziona, con momenti di vera e propria tensione mentre ci nasconderemo in una pila di cadaveri, nel tentativo di sfuggire ad abomini in grado di fiutare la nostra presenza e udire il nostro respiro.

Purtroppo, eccezion fatta che per il potere di possessione, questo è l’unico tipo di interazione che avremo con i nemici e in breve diventa ripetitivo.  Corri, nasconditi, aspetta e ricomincia.

Una volta scoperti e uccisi, non c’è il game over: in effetti siamo già morti.

Anche la rinascita, in Agony, è un’agonia

In una delle trovate più riuscite di Agony, la nostra anima verrà strappata dal corpo e avremo un periodo di tempo limitato per guardarci intorno e trovare un nuovo corpo ospite. Fallendo anche in questo compito, torneremo direttamente all’ultimo checkpoint, che spesso è molto lontano dal punto in cui siamo stati sconfitti.

Agony

I corpi in grado di ospitarci sono quelli degli altri sfortunati finiti tra i tormenti infernali, in modalità facile il processo è attivabile tramite un solo pulsante, rendendo l’operazione facile e intuitiva.

Alle difficoltà più elevate, il processo diventa un mini gioco frustrante, mai illustrato del tutto. Ma a ben vedere, nulla è spiegato a dovere in Agony a parte alcune laconiche indicazioni sui comandi; talvolta anche questi vanno per i fatti loro, facendoci perdere pezzi importanti e complicandoci la vita durante la partita.

Il nostro tempo all’interno di Agony è diviso essenzialmente in due parti, egualmente banali: trovare i sigilli che  aprono una porta oppure trovare gli oggetti adatti ad aprire una porta. I livelli più estesi offrono un certo numero di nemici e di barriere ambientali tra noi e l’oggetto della nostra ricerca; si tratta di un loop nel gamplay altamente insoddisfacente e ripetitivo.

Per giunta, come già detto, non tutto viene spiegato e quindi magari ci ritroveremo a scoprire davanti una porta che per aprirla avremmo dovuto interagire con delle rune, poste svariate stanze dietro di noi.

Il tutto, probabilmente, con l’obiettivo di farci focalizzare sull’ambiente circostante, che è l’unico elemento davvero riuscito di Agony.

Con un gameplay così scarno, Agony se la sarebbe cavata meglio presentandosi come un simulatore di camminata, in grado di farci gustare il mondo a nostra disposizione con una storia un po’ più decente di quella presentata.

Il design di Agony è innegabilmente evocativo, con i suoi muri pulsanti, architetture distorte e mostruosità assortite; qualsiasi terrore è generato dalla suggestione, piuttosto che dalla presentazione vera e propria.

E’ quello che avviene fuori dallo schermo, che possiamo vedere con la coda dell’occhio a costituire il vero orrore; intuire che qualcuno viene trascinato nell’ombra, mentre stiamo arrivando sulla scena lascia una sensazione inquietante.

Purtroppo, Agony mostra fin troppo. Tornando al concetto iniziale del dodicenne che definisce l’horror, il gioco sembra volerci convincere del suo essere spaventoso con tonnellate di sangue  tutto intorno o succubi con forme sexy e seni sodi ma con la faccia scavata tipica di un non morto.

Di tanto in tanto potremo conversare con altre anime dannate o anche con la Dea Rossa; nella maggior parte dei casi ripetono cose senza senso, con frasi scritte male che ci renderanno gratificante strappargli il cuore o possederli.

Talvolta ci sarà qualche interazione più complessa, con alcune scelte di dialogo: senza illusioni, qualunque opzione scelta condurrà alla medesima risposta, di dubbia utilità.

Fallimento totale?

Il problema non è solo il doppiaggio: l’intero pacchetto di Agony è ridicolo.

Le cose iniziano male dopo un monologo introduttivo che risulta essere una parodia del genere. La Red Goddess (la localizzazione è solo nei sottotitoli) e i succubi sembrano usciti da un porno di bassa lega, mentre tutto il resto ricorda un horror di serie Z.

Agony si prende troppo sul serio, diventando del tutto ridicolo.

Nemmeno dal punto di vista grafico c’è qualcosa da salvare, tra frasi che si interrompono senza motivo e rallentamenti ripetuti, nulla è intentato pur di portare il giocatore alla frustrazione.

il design è a tratti interessante

gameplay frustrante

storia inesistente

continui cali di frame rate e occasionali crash

Grafica
5
Sonoro
3
Longevità
5
Impatto
6

Nella versione Nintendo Switch non sono presenti trofei.

Da un certo punto di vista, Agony rappresenta un’autentica esperienza infernale. Giocare con questo titolo è una tortura, un noioso supplizio in cui siamo chiamati a ripetere sempre le stesse cose. Purtroppo non era l’intenzione originale degli sviluppatori, quanto il frutto di un gioco che perde per strada tutto il potenziale, diventando un’esperienza da evitare ad ogni costo.

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Da un certo punto di vista, Agony rappresenta un’autentica esperienza infernale. Giocare con questo titolo è una tortura, un noioso supplizio in cui siamo chiamati a ripetere sempre le stesse cose. Purtroppo non era l’intenzione originale degli sviluppatori, quanto il frutto di un gioco che perde per strada tutto il potenziale, diventando un’esperienza da evitare ad ogni costo.

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