Sviluppato da Ares Dragonis e pubblicato da Dragonis Games in sinergia con PQube, The Shore è un walking simulator in prima persona 3D ispirato alle opere di Lovecraft in cui si abbandona cercando di rievocarne frangenti e soprattutto di riproporne parte dell’immensa e iconica “lore”. Un vero e proprio mondo iconico e che non è la prima, e non sarà l’ultima, volta che approda con tematiche ovviamente horror nel mondo dei videogames. Noi ci siamo dedicati a questa stravagante avventura su PlayStation 5 e questa è la nostra recensione!
The Shore e gli orrori di Lovecraft
Prima di affrontare la narrazione di The Shore è bene evidenziare alcune cose, perché se il titolo non ti sembra nuovo… c’è un motivo: non lo è. Il titolo, infatti, è stato originariamente pubblicato nel 2021. Questa è una trasposizione fedele dell’opera originale per PlayStation 5 che porta il nome aggiuntivo di Enhanced Edition. Nonostante ciò, nulla di nuovo è stato aggiunto e non abbiamo notato particolari accorgimenti grafici per un’opera che, come approfondiremo nei vari paragrafi, ha del potenziale ma non riesce ad esprimerlo completamente, afflitta non solo dalla sua evidente natura low budget ma anche da alcune scelte di gameplay non proprio felicissime.
Focalizzandoci sulla narrazione, è bene dire che l’avventura, tutta in prima persona 3D, ci vede impersonare il povero Andrew, un pescatore alla disperata ricerca di sua figlia scomparsa da tempo. L’uomo esordisce su schermo immerso in una spiaggia dai toni cupi. Dinanzi a lui solo relitti. In lontananza un faro spento. Delle onde pigre ma invalicabili accarezzano costantemente la battigia mentre noi muoviamo i primi passi cercando tra messaggi in bottiglia e strani scheletri abbandonati. è palese che qualcosa di male è accaduta su quella spiaggia ma non è facile immaginare quanto ancora sta per succedere.

Il gioco prende ovvia, palese e totale ispirazione dal mondo di H.P. Lovecraft, infarcendo l’esperienza di citazioni più o meno dirette e più o meno messe praticamente a caso per far brillare gli occhi di chi quelle storie le conosce fin troppo bene. Tutti gli altri, invece, rischiano di restare decisamente perplessi e smarriti dinanzi all’abbondanza di input fini a se stessi. Il motivo di questa osservazione è semplice e lo si vede soprattutto nella prima parte del titolo. Nella spiaggia, infatti, si nascondono elementi figurativi fini a se stessi, spesso ancorati allo sblocco di un trofeo ma assolutamente inutili per trama e svolgimento dell’avventura principale.
Lo scopo di Andrew, come detto, è quello di cercare la figlia e per farlo entrerà presto in contatto di diversi oggetti da forme sempre più strane, oltre documenti fin troppo complessi ed enigmatici. Questa è una sorta di fase investigativa che tenta goffamente di gettare le base di una lore, quella originaria di Lovecraft, impossibile da sintetizzare in un titolo che di base fatica a superare le due ore complessive di longevità. E infatti, mentre si è nel bel mezzo dell’investigazione, si passa inconsapevolmente alla fase due, quella più oscura e imprevedibile.
Qui il gioco diventa quasi un action e l’elemento investigativo viene decisamente ucciso a favore di corse rocambolesche, labirinti letali, nemici di vario genere e dialoghi con entità che sembrano guidare i nostri passi per nuovi e misteriosi intrighi. Ebbene, se da un lato è innegabile il fascino di The Shore, dovuto tanto al materiale originale quanto all’atmosfera che riesce comunque a offrire, dall’altro la trama non riesce a “respirare” come dovrebbe, soffocata da troppi input mal connessi, da un canovaccio confuso, in parte esagerata arzigogolato e fumoso e che non riesce a soddisfare appieno né i fan né, soprattutto, chi di Lovecraft conosce molto, molto poco.

Un doppio gameplay che non cresce
The Shore è principalmente un walking simulator in prima persona 3D che si può suddividere, a sua volta, in due fasi ben distinte. La prima ci vede esplorare e interagire con gli oggetti per risolvere sporadici e semplici, seppur non sempre intuitivi, enigmi ambientali. Questa fase è abbastanza semplice ma ha più di una problematica. La prima è il “puntatore” che muta forma quando appare un oggetto con cui possiamo interagire. Questi, semplicemente, non si vede. Oltre a essere scomodo, risulta anche impreciso oltre a buggarsi in più di un’occasione…
Approfittiamo di questo per segnalare che l’intera interfaccia del titolo è grezza e scomoda. Basti pensare a scritte bianche su sfondo chiaro… quasi illeggibili se non fosse per un goffo ed esteticamente arretrato rettangolo a “custodirle”. Non migliora la gestione dell’inventario, uno scenario che si “apre” e in cui poter selezionare gli oggetti. Un sistema scomodo, lento e ben poco accattivante. A ciò si aggiunge un altro problema: i sottotitoli in italiano. Questi non solo sono incompleti ma anche sbagliati.

L’incompletezza si vede soprattutto in alcuni documenti che rimangono in inglese e privi di un sovrattesto tradotto. In poche parole, devi leggere direttamente l’oggetto “in game” e spesso è illeggibile di suo. Per fortuna, questi casi sono prevalentemente legati a collezionabili o a documenti destinati a rimpolpare una lore, comunque essenziali per dare senso e sostanza a una trama di base problematica. Insomma, il primo impatto con il titolo non è dei migliori e non aiuta la struttura del livello in sé. Nonostante un’apparente area aperta, in realtà la spiaggia è estremamente limitata e l’esplorazione è molto striminzita e delineata, anche da barriere invisibili.
La situazione non migliora nella seconda fase… Qui entreremo in possesso di un particolare manufatto con cui poterci difendere da determinati nemici o con cui interagire per attivare determinati congegni. Basta la pressione di un tasto e si attiva un fascio continuo e “infinito”. Ecco questa è l’unica arma che avremo da inizio alla fine. Purtroppo, questa seconda fase è quella più confusionaria e caotica, un susseguirsi di corridoi e aree esteticamente intriganti e oscure ma ludicamente difficili da “vivere”.
Tra fasi in cui dovremo scappare ad altre in cui dovremo combattere, è difficile già solo capire quando bisogna fare cosa… Questo perché non è proprio intuitivo e ci si può incappare in fasi di trial and error involontarie. Discorso analogo per trovare determinati percorsi o per girovagare al meglio in labirinti tutti uguali con goffi mostri alle calcagna. Insomma, premiamo la varietà di idee, sicuramente interessanti ma la sostanza è molto altalenante.

Grafica e sonoro
Graficamente parlando, The Shore presta il fianco a più di una criticità. Abbiamo già criticato l’interfaccia di gioco a cui si sommano problemi di vario genere tra bug, rallentamenti e anche oggetti che si compenetrano male tra loro. Anche l’illuminazione non è coerente. Eppure alcuni scenari sono sinceramente belli e la seconda parte mostra degli interni sinceramente claustrofobici e molto “Lovecraftiani”. Ancora una volta, l’atmosfera ne è preservata ma il titolo si mostra abbastanza grezzo e spigoloso in più di un punto. Apprezzata invece la lenta fase di “sommersione”, molto evocativa e accattivante.
Il sonoro è un degno compagno di viaggio, complice un buon doppiaggio tra cui spicca quello inquietante dell’entità con cui ci troveremo a dialogare. Le musiche, invece, spesso assenti, contribuiscono in parte a potenziare l’atmosfera senza mai risultare fastidiose o ridondanti. Per quanto riguarda i sottotitoli, abbiamo già segnalato che sono in italiano ma spesso incompleti o sbagliati. Peccato.
