Sviluppato da The End of the Sun Team e pubblicato da The End of the Sun Forge, The End of the Sun è un walking simulator in prima persona 3D fortemente incentrato sulla narrazione e sugli enigmi ambientali. Il tutto potenziato dall’innegabilmente affascinante sistema di folklore e leggende della tradizione slava. Tra feste, creature leggendarie, storie del passato e un elemento magico intrecciato agli elementi, ci siamo riscoperti “piromanti” con lo scopo di riaccendere la fiamma e con essa la bellezza del mondo. Abbiamo vissuto questa singolare avventura su PlayStation 5 e questa è la nostra recensione!
The End of the Sun e l’importanza del fuoco
Raccontare The End of the Sun non è semplice, il motivo è che al suo interno non c’è solo una macro storia intrigante ma questa si interseca con una serie di mitologie slave che riescono a impreziosire a plasmare l’identità stessa del titolo. Questo perché The End of the Sun è prima di tutto una narrazione più che un videogioco. Una narrazione però da costruire con la scusante di dare “la caccia” a una Fenice, raccogliendo le sue piume man mano che interagiamo con i focolai.
Sì, perché noi siamo un Piromante, un mago del fuoco che col fuoco “ci parla” riuscendo a rivedere sprazzi del passato seguendo scie di fumo nate dal braciere selezionato. Per ravvivare la fiamma del braciere e completare così quel frangente di passato, il compito di un buon Piromante è inseguire le scie di fumo, affacciarsi in spiragli di storie che furono, cercare l’elemento mancante, aggiungerlo e far scorrere nuovamente la storia nel modo corretto.

Entrando più nel dettaglio, The End of the Sun ha una macro storia su più piani temporali da montare pezzo per pezzo per capire cosa è successo e, nel mentre, dare anche la caccia a una sorta di Fenice. Ogni focolare completato, infatti, ci rilascerà una sua piuma il che significa che ci stiamo avvicinando gradualmente. Ma la cosa che realmente affascina di The End of the Sun è che quasi ogni focolare ha al suo interno una leggenda, un rituale, un’usanza o anche un evento “mitologico” legato alla cultura slava.
Ed è proprio questo folklore, a noi non molto noto, che ci ha sorpresa per profondità, sfaccettatura e originalità. Ci sono creature mostruose, altre simili a sirene, altri che si divertono a far dispetti se non vengono degnamente elogiati con buon cibo (e il dispetto è piazzare del letame in giro), non mancano mostriciattoli velenosi, alchimisti, re in preda a deliri e tanto tanto altro. Si parte da una storia d’amore durante una festa molto vivace e si finisce in momenti decisamente più tragici, il tutto vivendo l’arco di vita di due personaggi in particolare.
E la cosa interessante è che tutto l’arco temporale di questi personaggi è spezzato in focolari e viene vissuto in modo disomogeneo, quasi casuale, visto che spetta al giocatore azzardare la scelta dei focolari da riparare man mano. Questo potrebbe non aiutare a comprendere subito la storia nel suo complesso, anzi, si potrebbero perdere dei pezzi se si gioca con sessioni ad ampie distanze di tempo tra una e l’altra. E no, l’interfaccia di gioco non aiuta molto, inclusa la mappa di gioco che non è delle più intuitive.

Da tener conto, inoltre, che The End of the Sun presenta una sorta di open map quasi interamente e liberamente esplorabile. Un’area di gioco discretamente vasta, considerando il genere del titolo, ma anche abbastanza anonima. Non c’è una sorta di racconto “visivo” se non per alcuni sporadici elementi come un iconico e gigantesco albero e i rovinosi ruderi di un castello abbattutto… c’è solo una distesa di terra che va a mutare aspetto a seconda della stagione che andremo a selezionare.
Sì, perché il Piromante di The End of the Sun ha anche un altro potere: quello di mutare la stagione. Il motivo è strettamente ludico e lo andremo a svelare a breve, ma molte storie sono ambientate in un deciso periodo stagionale e quindi è necessario, per attivarle, impostare il mondo di gioco con la stagione idonea. Tutto ciò non fa che ricollegarci all’obiettivo principale del titolo: trovare il modo di ricostruire una storia. è un procedimento attivo ma anche molto lento. Non è un titolo d’azione anche se nelle storie che rivivremo c’è morte, sofferenza e dolore.

Un walking simulator tra i focolari
The End of the Sun è un walking simulator in prima persona 3D dove dovremo, appunto, camminare costantemente da un punto a un altro di un’area di gioco discretamente ampia ma anche decisamente “chiusa”. Il nostro scopo è localizzare dei focolari, interagirci, attivare le relative scie di fumo, inseguirle e attivare ogni singolo frammento di storia. Alcuni di questi basterà semplicemente guardarli per completarli mentre altri richiedono interventi manuali come l’aggiunta di un oggetto mancante.
Tale oggetto può essere nei paraggi e quindi incluso nella medesima area del focolare attivo o anche in altri focolari, persino in stagioni differenti. Questo richiede quindi memoria e intuito. Tocca raccogliere quanti più oggetti possibile e poi ricordarci quale focolare potrebbe averne bisogno. Il procedimento è abbastanza semplice ma molto lento. Camminare per ore e ore, e The End of the Sun è discretamente longevo, può venire a noia, soprattutto a causa di un backtracking abbastanza presente e non sempre necessario.
Tornando alla risoluzione dei focolari, in alcuni casi per riaccendere la scia basterà risolvere un enigma ambientale. Questi sono di vario genere e vanno dalla conta di oggetti in un’area ristretta per la risoluzione di un enigma all’analisi di una serie di lettere per scovare il giusto collegamento. Si passa poi per disegni a più strati da collegare a diversi numeri e così via. Nulla di realmente originali ma discretamente impegnativo oltre che abbastanza vari.

Ci sono anche momenti in cui potremo essere messi KO ma nonostante ciò il titolo non è mai realmente “action”. Nonostante ci ritroveremo a preparare pozioni, far roteare pezzi di scale in un dungeon sommerso o braccati da piccoli mostri rospo velenosi, The End of the Sun rimane un titolo dove prevalentemente si cammina e si interagisce con determinati oggetti. E parlando di questi ultimi, i focolari completati diventano veri e propri portali verso un tempio dove potremo manualmente cambiare stagione e quindi anche l’area di gioco stessa.
Come anticipato, ogni stagione ha le sue storie e quindi i suoi focolari ma alcune di queste hanno elementi utili a storie di altre stagioni o ere temporali. Sta a noi viverle nel modo cronologicamente giusto, che non sembra combacia con l’ordine cronologico del racconto in sé. Inoltre, cambiare stagione spesso serve per modificare proprio l’ambiente: banalmente, piantare un seme in una stagione per poi vederlo trasformato in un albero da trasformare in ponte per aprire una zona prima inaccessibile in un’altra.

Grafica e sonoro
Graficamente parlando, The End of the Sun fatica a nascondere i suoi limiti tecnici. Alcuni scorci sono molto belli e abbiamo anche apprezzato la discreta varietà cromatica e scenica data dalle stagioni. Nonostante ciò, i modelli umani sono spigolosi, poco fluidi e poco credibili, vecchi di generazioni. Anche la cura degli elementi interni è abbastanza grezza e poco accattivante mentre lo scenario in sé, privato di sporadici elementi folkloristici, si mostra abbastanza anonimo e spoglio. Un mix quindi che non ci ha soddisfatto appieno.
Inoltre, bisogna segnalare alcuni vistosi rallentamenti, riscontrati soprattutto in aree chiuse e nella stagione invernale. Buoni, invece, gli effetti di luce e ombre, in alcuni casi davvero necessari per progredire in aree anguste e tetre. Il sonoro, invece, è potenziato dal folklore stesso. Sono musiche originali, canti, danze che si uniscono alle leggende, ne potenziano le storie, le arricchiscono. Abbiamo apprezzato anche il doppiaggio in inglese, soprattutto del nostro protagonista. Ma ancor più apprezzata, è la presenza dei sottotitoli in lingua italiana, elemento essenziale per vivere al meglio la frammentata narrazione di The End of the Sun.
