Sviluppato e pubblicato da Conner Rush in sinergia con FYRE Games, Project Songbird è un intrigante gioco narrativo in prima persona 3D con forti sfumature da horror psicologico che saprà catturarti in una spirale di crescente tensione ed atmosfera… tutto in modo molto cinematografica e stilisticamente ricercato e “personale”. Noi abbiamo vissuto questa intrigante avventura emozionante su PlayStation 5. Pronto a scoprire la nostra recensione?
Project Songbird è un viaggio oscuro e ammaliante
Project Songbird è un progetto autoriale molto particolare e fortemente identitario. Già il primo impatto è di quelli che incuriosiscono, quasi alla Hideo Kojima seppur con le dovute differenze. Il motivo di ciò, è che è l’autore stesso del gioco a comunicare con noi. Lo fa con poche parole scritte, ci aiuta a settare le prime impostazioni e fa il possibile per assicurarci un’esperienza quanto più personale e comoda possibile, soprattutto per il formato dello schermo che suggeriamo calorosamente di assecondare quanto consigliato dall’autore per un’esperienza quanto più coinvolgente possibile.
Non solo, ci ha anche sorpreso ritrovarci più un altro messaggio in una delle nostre successive sessioni con un mini sondaggio sempre a nome dell’autore stesso. E che dire dei piccoli avvisi che ci anticipano eventuali rallentamenti o che, proprio durante il gioco, infrangono bruscamente la quarta parete… come una sorta di finto glitch brutale che sembra resettare e bloccare la PlayStation ma che, invece, è parte integrante dell’esperienza. Un’esperienza che ha molto da offrire grazie a un’atmosfera curata, a un ritmo altalenante ma ben studiato e a diverse trovate ingegnose.

Prima di tutto, Project Songbird è un horror psicologico estremamente ancorato alla narrazione. La sua volontà è sì quella di raccontare la storia di Dakota, protagonista assoluto delle vicende, ma anche di cercare di tradurre videoludicamente diversi stati emotivi del personaggio di cui andremo a vestire i panni in prima persona. Procedendo con ordine, Dakota è una musicista professionista che sta vivendo un brusco blocco creativo. Le ultime opere che ha creato non hanno portato il guadagno sperato e i nuovi testi sono fin troppo lontani dalle opere che l’hanno resa celebre nella sua nicchia.
Per tale motivo, grazie anche al consiglio del suo produttore, Dakota decide di accettare di passare diversi giorni in una baita isolata immersa in una foresta. Lo scopo qui è duplice, ritrovare se stessi e sbloccare la propria creatività. Ovviamente, come da classico horror, non tutto va per il verso giusto e no, non sembra proprio che siamo soli. Uno dei punti a favore dell’opera, è senz’altro l’abilità con cui riesce a costruire l’atmosfera, pezzo dopo pezzo, raccontando una storia inizialmente pacata ma che ben presto mostra il fianco a venature sempre più drammatiche e oscure.

Le prime passeggiate nel bosco sono fin troppo rilassanti ma ci aiutano a conoscere lo stato emotivo di Dakota, il suo modus operandi, parte della sua storia passata e delle sue ferite ma è anche un modo per illuderci di stare al sicuro. Project Songbird gioca con noi, coi suoni, con le ombre, con una messa in scena che alimenta un’ansia che quando esplode colpisce in pieno e con efficacia. Non tanto per le creature che andremo a incontrare, a dire il vero esteticamente abbastanza altalenanti, ma per come vengono inserite nel contesto.
Di queste, una delle più efficaci, è una creatura assurda, quasi Picassiana, che si muove solo quando non la guardiamo e che emette, quando si muove, un verso crescente e ansiogeno perfettamente efficace nel disturbarci e nel metterci una tensione quasi palpabile. Queste fasi, infatti, funzionano alla grande. Cercare di risolvere un enigma consapevoli di un pericolo imminente e incontrastabile funziona e il sonoro colpisce duro e, soprattutto nelle prime fasi, sa sorprendere ancor più della messa in scena effettiva.
Il procedimento creativo di Dakota viene così mescolato a leggende, esplorazioni forestali, ricerche interiori e percorsi nel proprio passato, a sua volta mixato da un subconscio difficile da tradurre e da una realtà “altra” che ha il retrogusto di David Lynch. Insomma, il risultato finale di una storia dalla durata che sfiora le cinque-sei ore, è più che soddisfacente. Lo è grazie all’atmosfera riuscita e ben spalmata e a un racconto che sa presentarsi in modo originale, personale, sentito e profondo.

Un gameplay semplice e immediato
Project Songbird è un gioco narrativo in prima persona 3D che va a fasi. Quando si è nel bosco, avvolto dalla luce, il titolo è praticamente un walking simulator, fatto di percorsi lineari, enigmi ambientali da risolvere, oggetti da scovare e collezionabili extra ben nascosti. Di questi segnaliamo i “suoni”, che possiamo captare e cogliere grazie a un registratore che, a sua volta, diventerà uno strumento utilissimo nelle fasi da survival horror. Qui, infatti, il titolo diventa più pericoloso ma ci fornisce anche gli strumenti per difenderci, seppur non contro tutte le creature che c’attendono.
Il registratore acustico diventa un segnalatore di rumori dei nemici, anticipando i loro spostamenti anche dietro le pareti. L’ascia e le armi da fuoco, invece, ci permettono di reagire contro i vari pericoli ma, i proiettili sono limitati mentre l’ascia, soprattutto senza miglioramenti, impiega molto tempo prima di eliminare un nemico. Inoltre, il combattimento è forse l’elemento meno riuscito dell’opera, fornendo un feedback non sempre soddisfacente. Nulla di grave, visto che l’opera non incita praticamente mai al confronto diretto ma anzi, fornisce buona libertà di azione.
Molto buono anche l’utilizzo della macchina fotografica che, oltre a scattar foto, può essere sfruttata per illuminare le aree col flash. Questo disperato sistema di luce improvvisa va a supplire una torcia la cui durata non è molto ampia e che a sua volta è legata all’uso di batterie non molto presenti nel titolo. Insomma, l’animo da survival c’è e si sente. Inoltre, Project Songbird sa regalare ambienti molto bui e angusti, spesso pervasi da esseri pericolosi, e questo unito alle poche risorse a nostra disposizione, alimenta una tensione sana e divertente da vivere.

Grafica e sonoro
Graficamente parlando, Project Songbird ci ha sorpresi. Il sistema di luci e ombre impreziosisce e arricchisce tutta l’opera. Anche il colpo d’occhio generale, prevalentemente legato al tramonto e alla notte, funziona con un buon realismo. Sì, se si va a guardare al particolare emerge la natura del titolo che di certo non può competere con un tripla A ma il colpo d’occhio generale, la discreta varietà di location e soprattutto i colori utilizzati, regalano un mini mondo affascinante e inquietante che incita a essere esplorato.
Tutto ciò al netto di sporadici e preavvisati rallentamenti, quasi sempre posizionati dopo piccoli caricamenti. Il sonoro, è tra gli elementi più riusciti del titolo. Impreziosito da vere tracce musicali con tanto di mini recensione o piccoli aneddoti raccontati da Dakota stessa. Il doppiaggio in inglese è molto ben elaborato e perfettamente coerente con la messa in scena. A spiccare, senza ombra di dubbio, è la doppiatrice di Dakota stessa che riesce a evidenziare molto bene i diversi stati d’umore della protagonista.
Anche i rumori ambientali sono molto ben implementati, la foresta è “viva” soprattutto grazie all’audio. Per non parlare dei già citati “mostri”, alcuni dei quali dotati di versi veramente alienanti e ben studiati. Infine, ma non per importanza. Segnaliamo la graditissima presenza dei sottotitoli in lingua italiana che agevolano di molto la comprensione di una storia decisamente particolare.
