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Orangeblood – Recensione

Un nuovo indie approda su Steam. Orangeblood con la sua pixel art e le sue soundtrack esplosive sembra interessante!

Soundtrack pazzesca, colori sgargianti, anima hip hop e pixel art. Basta questo per rendere Orangeblood un buon prodotto?

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Orangeblood è stato un titolo doloroso da recensire. Dandogli un’occhiata sulla pagina di Steam quello dello studio Grayfax Software sembrava un titolo davvero promettente, che non vedevo l’ora di portare in recensione e di sviscerare. In effetti è questa la prima impressione che da Orangeblood, a uno sguardo superficiale: la sua ispiratissima pixel art e i suo beat hip hop anni 80’/90′ fanno partire letteralmente in quarta le aspettative.

Devo ammettere che un primo segnale di preoccupazione Orangeblood lo offre fin dall’avvio: piuttosto che avviarsi come ci si aspetterebbe, sul desktop si aprirà una finestrella piuttosto piccola. Sembra quasi di emulare un gioco per console portatili su PC e ciò che è più incomprensibile è che se si tenterà di espandere la finestra si andrà a ridurre in modo drastico la risoluzione.

Orangeblood recensione

Il trash talking imbarazzante

In una distopia futuristica Orangeblood, ti metterà nei panni di Vanilla, una giovane ragazza e “famosa” criminale che scopriamo fin da subito esser stata catturata dal governo degli Stati Uniti. In cambio della sua scarcerazione e della cancellazione dei suoi precedenti penali, la nostra protagonista verrà inviata nella città di New Koza – una città composta principalmente da luci al neon e guerre di bande – per indagare su una struttura nascosta.

La narrazione che si trova al di là dell’incipit è il primo dei punti dolenti, visto che è quasi praticamente inesistente, riassumibile in un insieme di missioni che sembrano deliberatamente incollate tra loro.  Quando il gioco sembra cominciare a prendere una direzione narrativa, prende un’improvvisa deviazione per presentare uno dei componenti del team. La parte peggiore di tutto ciò è che, normalmente, in un gioco storia e lo sviluppo dei personaggi dovrebbero entrare in sinergia. Per esempio ci sono titoli come Final Fantasy XV che magari soffrono di una storia debole, ma che puntano tutto sulle relazioni fra i personaggi o la loro evoluzione, come ci sono titoli che fanno l’inverso. La cosa triste di Orangeblood è che non riesce a brillare in nessuno dei due aspetti.

Il nucleo della trama di svolge perlopiù all’interno della struttura nascosta di New Koza, e si uscirà fuori per compiere missioni totalmente decontestualizzate che servono soltanto come pretest0 per introdurre un nuovo personaggio nel tuo gruppo.

Personaggi che, a parte l’aspirante DJ conosciuta proprio all’inizio del gioco, sono praticamente privi di personalità e definiti soltanto dalle loro differenze estetiche. Forse i personaggi sono persino peggio della trama: sono dei cloni della protagonista, fondamentalmente delle criminali incallite che fumano erba, imprecano, bevono e uccidono per il solo gusto di farlo.

Problemi di testo

Le imprecazioni sono la parte peggiore dei dialoghi. Il pesante utilizzo di parolacce può essere divertente e atipico in un videogioco, ma dopo pochissimo tempo comincia a diventare estremamente fuori luogo. Parole come “dope”, “whack”, “fuckers”, “thot”, “motherfuckers” e “bitches” vengono ripetute con una frequenza asfissiante e, onestamente parlando, sembra di leggere dei dialoghi scritti da una persona anziana che cerca di sembrare forzatamente giovane e gangsta, risultando poi nel tentativo incredibilmente impacciata. Reazioni esagerate e inverosimili seguite un linguaggio spesso inutilmente colorito la fanno da padrone in Orangeblood.

A rendere il tutto ancora più tragico sono le pessime traduzioni. Con numerosi errori di battitura, alcune parole non tradotte dal giapponese e un testo che va oltre le caselle di testo, o queste stesse che si coprono fra loro, leggere i dialoghi può diventare tedioso. E considerando il livello contenutistico degli stessi, ammetto che la tentazione di saltarli a piè pari è stata estremamente forte.

Orangeblood

Un gangsta ama le sue armi

Orangeblood dal punto di vista del gameplay non sarebbe un pessimo gioco. Il titolo si presenta come un JRPG molto classico, in cui dovrai impartire comandi ai tuoi personaggi durante il loro turno, distribuito in base alla loro statistica di velocità. Il tutto impreziosito con piccole chicche come la necessità di gestire le munizioni e una vena looter shooter, alla Borderlands per intenderci. Orangeblood tende a seppellire fin da subito il giocatore con una montagna di armi differente tutte con diversi effetti e statistiche.

L’idea in sé sarebbe persino lodevole, se solo non fosse gestita in maniera totalmente errata. In un gioco di questo tipo il loot raccolto va saputo bilanciare in maniera magistrale e anche l’inventario dev’essere intuitivo. Orangeblood non offre la possibilità di vedere le statistiche di un’arma prima di raccoglierla, il che significa che una volta recuperata un’arma con un personaggio dovrai costantemente accedere al menu, aprire l’equipaggiamento, selezionare un personaggio, scorrere fino all’oggetto che hai raccolto (puntualmente sempre in fondo alla lista) e finalmente vedere le sue statistiche ed effetti.

Pensavi finisse qui, vero? Invece dovrai ripetere l’operazione per ciascuno degli altri tre personaggi del party.

Lezioni di game-breaking

Come dicevo precedentemente, se il bilanciamento delle armi è importante in un looter shooter, lo è ancora di più in un RPG vecchia scuola come sembrerebbe voler essere Orangeblood. Se già è esasperante la metodologia tramite cui si esaminano le armi raccolte, il gameplay viene inficiato ancor di più dalla totale inutilità delle statistiche dei personaggi. Questo perché in realtà sono le armi a farla da padrone. Il grinding non sarà perciò orientato all’aumento del livello, ma alla ricerca di armi sempre più potenti.

Non è questione di abilità, Orangeblood richiede uno sforzo mentale quasi nullo per essere rotto: dopo aver grindato un dungeon e aver trovato un’arma sufficientemente potente, questa ti consentirà di sciogliere il boss di fine livello che poco prima ti sembrava impossibile come nulla fosse e probabilmente ti consentirà di massacrare anche quello successivo. Immaginerai bene che, oltre a essere poco stimolante, il fatto che il gioco si basi fondamentalmente sulle armi cozza terribilmente con la gestione delle stesse di cui ti parlavo prima, visto che sarai costretto a ripetere questo “management” dell’equipaggiamento un infinità di volte.

Se sei una persona dotata di un’estrema tolleranza al grinding, forse potresti riuscire a sopravvivere all’ultima metà di gioco. Se sei una persona con una normale sopportazione della ripetitività, dovrai avere molta forza di volontà per finire il gioco.

Nel caso in cui fossi fortunato, quantomeno c’è da ammettere che potresti riuscire a trovare armi talmente potenti che ti permetteranno di avanzare per letteralmente ore di gioco senza nessun intoppo. Anche alcune abilità di alcuni personaggi sono letteralmente overpower, un altro fattore che rende il gioco un misero grinding “brainless“.

Orangeblood recensione

 

Il gameplay di Orangeblood potrebbe essere riassunto in 4 passaggi:

  1. Avanza e ripeti gli stessi comandi finché non ti blocchi
  2. Rifai il dungeon in cerca di loot
  3. Analizza le armi trovate e se non è andata bene ripeti il punto 3
  4.  Riparti dal punto 1

Bella questa New-Koza

Orangeblood vaporwave

Anche gli aspetti migliori di Orangeblood, tristemente, presentano dei difetti. Le due parti più riuscite del titolo sono quella visiva e, ancor di più, il comparto audio. In generale Orangeblood è piuttosto riuscito al colpo d’occhio; anche se molti elementi tendono a ripetersi sullo sfondo e la profondità non sempre è facile da percepire, la pixel arte, i colori e la cura del dettaglio riescono a rendere Orangeblood una gioia per gli occhi. Peccato solo per alcuni filtri piuttosto inutili, in grado di rendere piuttosto confuse e complesse alcune zone. Le animazioni sono ben confezionate e sorprendentemente numerose, con molte delle quali ben contestualizzate alle inutili (ma simpatiche) azioni che si potranno compiere girovagando per New-Koza.

Orangeblood

Veniamo ora al vero motivo per cui potrebbe interessarti l’acquisto di Orangeblood: la soundtrack ha un sopraffino gusto hip hop anni 90′, un elemento che unito all’intrigante e psichedelico sfondo riesce a potenziare entrambi gli aspetti, risultando in un atmosfera underground piuttosto riuscita. Sono presenti alcune tracce di grandi qualità, che riescono a caratterizzare alla perfezione alcuni momenti di gioco.

Incomprensibile quindi come alcune fasi di gioco siano permeate da un totale silenzio. Mi è risultato piuttosto strano che un gioco così palesemente incentrato sull’aspetto musicale possegga aree esplorabili in cui non si avvii alcuna traccia. Anche molti dei combattimenti casuali sono sprovvisti di musica, un piccolo “grande” inciampo che spero venga sistemato dagli sviluppatori con una patch futura.

Stile Hip Hop azzeccato

Soundtrack stellare

Grafica piacevole e animazioni curate

Componente ludica estremamente lacuonosa

Storia non organica e farcita di stereotipi

Dialoghi imbarazzanti

Il gioco su Steam possiede ben 19 obiettivi, tutti facilmente raggiungibili con la prima partita.

Grafica
70
Sonoro
80
Longevità
30
Impatto
50
Voto
VOTA
0

Arrivati a tirare le somme della recensione di Orangeblood, anche per una cifra esigua come quella richiesta dagli sviluppatori per l’acquisto, il titolo non è un gioco da prendere in considerazione se si vuole giocare un JRPG come si deve.

Consiglio Orangeblood solo ed esclusivamente per il suo aspetto grafico accattivante e per la sua soundtrack hip hop davvero caratterizzante. Se hai voglia di provare qualcosa che si orienti su questo stile, puoi concedergli una chance!

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