Sviluppato da 3Cat in sinergia con JanduSoft che ne è anche il producer, Manairons è un action platform in 3D con enigmi ambientali e telecamera fissa che trasuda mistero e nostalgia, il tutto per plasmare una sorta di fiaba. Noi ci siamo avventurati tra folklore e stravaganti nemici su PlayStation 5 e questa è la nostra recensione. Pronto a scoprire un nuovo magico mondo che saprà mettere alla prova le tue abilità?
Manairons basta un flauto per gestire una rivoluzione
Innanzitutto, Manairons è basato su una leggenda “vera”reale”, nello specifico fa parte del folklore dei Pirenei e riguarda gli stessi Manairons che, in catalano, sono chiamati Minairons. Si tratta di una sorta di elfo, un mix tra aiutante di Babbo Natale e Arthur del popolo dei Minimei. Da quest’ultimo, infatti, eredita anche la minuta dimensione dei protagonisti con tanto di mondo che sembra decisamente più grande del dovuto con umani che ben si prestano anche al ruolo di giganteschi “boss”.
Il protagonista delle vicende è Nai (di cui potrai scegliere il sesso a inizio partita), un Manairons che viene destato da un luuuuuungo sonno da una misteriosa strega. Costei ci fornisce anche lo scopo dell’avventura: liberare il nostro popolo dal giogo crudele di un avido industriale di nome Llorenç. Il problema, è che costui è anche il sindaco del nostro ex pacifico villaggio, Vilamont. Tale villaggio, ahi noi, è diventato molto diverso da un tempo, i negozi sono chiusi, l’armonia è scemata e l’industria sembra aver invaso corpi e luoghi.

Anche i nostri simili risultano schiavizzati e ce li ritroveremo anche come minion da affrontare lungo il nostro percorso. Un percorso scandito da una storia che ha quindi il retrogusto di fiaba e che riesce a mescolare con un equilibrio sia narrativo che visivo, elementi fantastici ad altri meramente più industriali, tra cui spiccano protesi quasi cibernetiche di vario genere e che ben si prestano a varie tipologie di boss (tra gli elementi più intriganti dell’opera). Anche gli scenari si prestano bene, offrendo un mondo di gioco contaminato e ancora più affascinante da esplorare dal nostro minuto punto di vista.
Sì, ci sono inevitabili cliché e sì, la storia poteva osare ancora di più su più di un elemento, eppure il canovaccio narrativo funziona e accompagna con efficacia da inizio fino ai titoli di coda con una longevità in linea col genere d’appartenenza. Inoltre, abbiamo apprezzato la natura nostalgica del titolo che richiama i classici giochi platform in 3D cercando però di fornire una propria identità sia per la messa in scena che per la risoluzione di alcune situazioni ludiche che andiamo subito ad approfondire!

Un platform d’altri tempi
Manairons è un action platform in 3D con telecamera fissa e un chiaro riferimento ai titoli di diverse generazioni fa. Un titolo quasi anomalo nel panorama odierna dove il platform stesso è ormai relegato a pochi grandi nomi o a esperimenti low budget. Ed è tra questi ultimi che possiamo inserire con successo Manairons in quanto, nel suo piccolo, rimescola un po’ le regole standard del genere per dar vita a un’esperienza che, nonostante alti e bassi, risulta comunque godibile.
Partiamo dallo strumento centrale: il flauto. Il nostro protagonista ne entra in possesso da subito e con questi potremo eseguire innumerevoli tipologie di azione. Prima di tutto, esistono delle sinfonie da memorizzare con cui potremo incantare nemici, far apparire determinati oggetti a schermo e tanto altro. Tutto attraverso un procedimento di upgrade lineare e abbastanza scolastico. Interessante anche la meccanica che ci permette di interagire con particolari oggetti spostandoli su schermo e ricollocandoli in vari luoghi.

Ciò fa parte delle metodologie con cui potremo esplorare e risolvere enigmi all’interno del mondo di gioco di Manairons. Non per niente, infatti, ci saranno diversi oggetti opzionali da poter scovare in giro per i vari livelli e che vanno a potenziarne la longevità nel caso si punti al 100%. Lo diciamo da subito, seppur non impossibile, richiede un occhio attento e anche un po’ di pazienza. Quest’ultima è un elemento quasi imprescindibile in quanto non tutto in Manairons funziona come dovrebbe.
Partiamo proprio dalla telecamera fissa che ci forza a eseguire salti senza avere la giusta profondità visiva, tentando quasi la fortuna. Elemento che si complica nelle fasi più avanzate e concitate. Sì, possiamo sfruttare l’ombra proiettata al suolo come punto di riferimento per l’esito del salto ma richiede comunque un po’ di praticità. Discorso diverse, invece, per l’arrampicata. Questa è affibbiata allo stesso tasto adibito al salto e si attiva solo nei pressi di particolari superfici. Peccato che… non sempre si attiva come dovrebbe.

Arrampicarsi in Manairons è quasi un’operazione di fortuna e richiede spesso più tentativi, portandoci anche al fallimento in caso di situazioni in cui bisogna arrampicarsi al primo colpo. E sì, questo può causare una certa frustrazione. Per fortuna, il protagonista è dotato di una barra di energia che può anche essere ricaricata sfruttando dei particolari funghi in stile simile alle pozioni curative di un soulslike con tanto di ricarica in zona di “salvataggio”. Quest’ultimo, proprio come l’iconico falò, farà riapparire anche i nemici a schermo precedentemente sconfitti.
Se non fosse chiaro, in Manairons si combatte anche grazie a un combat system molto elementare e intuitivo. A combo semplici e fisiche, dal feedback abbastanza grezzo, che vede sempre il flauto come arma d’attacco, manco fosse una spada, si aggiungono le già indicate melodie in grado di dare qualche sfumatura in più. Ovviamente, tutto ciò viene messo a dura prova dalle boss fight dove sarai chiamato anche a uno studio attento dell’avversario per poterne svelare i punti deboli dove infierire al momento opportuno. Ma nulla di troppo complesso.

Grafica e sonoro
Se sul versante del gameplay Manairons presta il fianco a qualche critica, l’impianto grafico, nonostante non sia curato nei minimi dettagli, trionfa per l’impatto generale che offre e per la trasposizione folkloristica discretamente azzeccata. In poche parole, ha stile e riesce a plasmare una sorta di identità personale nonostante qualche deriva esterna. Inoltre, sono proprio le trovate sceniche e l’esplorazione stessa a trainare l’esperienza che si dimostra visivamente ben variegata.
Il sonoro è un fedele accompagnatore dell’impianto grafico, nulla di eclatante o estremamente memorabile ma funziona e, soprattutto, riesce a non risultare ridondante o fastidioso. Buoni anche gli effetti sonori così come il doppiaggio in inglese. Da segnalare, invece, la totale assenza della lingua italiana. Elemento di cui tener conto soprattutto a seconda della propria preparazione in inglese.
