Prendersi una pausa da Genshin Impact non è una scelta rara. Il gioco chiede tempo, attenzione, una certa fedeltà. Dopo mesi – o anni – molti mollano senza rabbia, solo per stanchezza. Ma cosa succede se torni dopo un anno? Ti ritrovi davanti a un gioco nuovo o allo stesso rituale con una mano di vernice fresca?
La risposta sta nel mezzo. E vale la pena dirla senza filtri.
Un mondo più grande, più bello, ma non diverso
Nel periodo di assenza il cambiamento più evidente è arrivato con Fontaine, una regione che ha introdotto l’esplorazione subacquea come meccanica stabile. Non un evento temporaneo, non un gimmick: nuotare, combattere e risolvere enigmi sott’acqua è diventato parte dell’identità del gioco. È fluido, ben animato, visivamente forte. Qui HoYoverse ha dimostrato di saper ancora sorprendere.
Successivamente è arrivata Natlan, regione Pyro dal tono tribale e più aggressivo. Mappe verticali, ritmo più serrato, maggiore enfasi sul movimento e sul combattimento ravvicinato. È la zona che più prova a rompere la comfort zone di chi giocava in automatico.
Il mondo cresce, si espande, cambia pelle. Ma la sua anima resta riconoscibile.
Una storia scritta meglio, ma ancora troppo guidata

La narrazione ha fatto passi avanti. Soprattutto a Fontaine i temi sono più maturi, le dinamiche politiche e morali meno ingenue rispetto al passato. Si avverte uno sforzo di scrittura superiore.
Il problema è strutturale: il giocatore resta spettatore.
I dialoghi sono ancora lunghi, le scelte poco incisive, il ritmo spesso spezzato da spiegazioni eccessive. Se un anno fa avevi la sensazione di “guardare” Genshin più che viverlo, oggi quella sensazione non è sparita.
Personaggi nuovi, meta che corre
In dodici mesi il roster si è allargato parecchio. Nuovi personaggi, nuove abilità, nuove sinergie. Alcuni brillano davvero, altri esistono solo per riempire banner e rotazioni.
Il gioco continua a spingere sull’accumulo: materiali, build, risorse, personaggi. Chi ama ottimizzare trova pane per i suoi denti. Chi invece era già stanco di inseguire il meta, difficilmente troverà sollievo.
Endgame: il nodo che non si scioglie
Qui non ci sono giri di parole.
L’endgame è ancora il punto debole.
L’Abisso resta il fulcro dell’esperienza “avanzata”, con variazioni minime e difficoltà affidata più ai numeri che alle idee. Gli eventi sono spesso piacevoli, ma temporanei e destinati a sparire. Manca ancora una modalità stabile che cambi il modo di giocare sul lungo periodo.
Se avevi smesso perché, una volta finito tutto, non restava nulla che ti tenesse davvero, oggi la situazione è simile.
Migliorie utili, non decisive

Sul fronte qualità della vita qualcosa è migliorato: interfaccia più ordinata, gestione delle risorse meno macchinosa, piccoli attriti eliminati. Sono aggiustamenti sensati, ma non ribaltano l’esperienza.
Vale la pena tornare?
Dipende da perché avevi smesso.
Se avevi solo bisogno di staccare, oggi trovi un gioco più rifinito, più bello da esplorare e con una storia meglio costruita. Se invece avevi abbandonato per noia, ripetitività o mancanza di obiettivi veri, Genshin Impact non ha ancora cambiato direzione.
È cresciuto, sì.
Ma è cresciuto allargando, non trasformando.
Tornare ha senso solo se accetti questa verità: Genshin Impact oggi è una versione più ricca di ciò che era già allora. Niente di meno. Niente di più.