Donne e motori hanno sempre convissuto con successo in Ridge Racer: la femminilità accennata in pochi poligoni col primo capitolo trovò invece massima espressione nella computer grafica utilizzata per creare Reiko Nagase, testimonial del quarto episodio su PlayStation.

Adrenalina pura quella che si respirava nelle sale giochi durante il 1993: un misto di gasolio e gomme fumanti generato dall’apparizione di due cabinati destinati a fare leggenda, roba che neanche i migliori “Giorni di Tuono” avrebbero potuto rendere l’idea.

Sega da un lato con il suo Daytona USA in parte permetteva di rivivere in qualche modo le gesta di Tom Cruise con la sua creativa trasposizione delle corse Nascar fatta di opulenza tecnica, ritmo tambureggiante e una vettura che mangiava l’asfalto come se dovesse esplodere da un momento all’altro.

Dall’altra parte, invece, si presentava un contendente meno chiassoso, meno travolgente ad un primo impatto, pronto a stupire e a prendere in contropiede chiunque vi si approcciasse come a un consueto racing game.

Ridge Racer abbandonava le piste per trasportare in circuiti cittadini che non solo richiedevano di tenere il gas a tavoletta, ma anche di alternare con grande rapidità il raccordo di curve ampie con decisi e improvvisi ingressi in curva.

Con “soltanto” dodici rivali in pista, il vero scopo era imparare a padroneggiare linee perfette e insinuarsi tra gli avversari che, chiaramente, non erano in grado di dare sfogo ai cavalli come nelle possibilità di noi giocatori, così da lanciarsi il prima possibile all’inseguimento delle vetture di testa che ci avrebbero fatto sudare le consuete sette camicie a causa della classica intelligenza artificiale adattiva, pronta ad approfittare di un nostro minimo errore anche in gare praticamente perfette.

Con l’uscita di Ridge Racer 4 sulla prima PlayStation, Namco decise di realizzare una versione aggiornata del primo capitolo in grado di girare a 60 fps come l’originale controparte arcadE

Ridge Racer univa coraggio e sapienza: le vetture erano incollate all’asfalto, i sobbalzi pochi e la differenza tra i dilettanti e i campioni la facevano le curve in cui lanciarsi quasi si fosse preda della forza centrifuga di una fionda. La visuale vincolata all’asse della macchina e vincolata ad una prima persona sul cofano, obbligava a memorizzare il percorso in quanto spesso per uscire al meglio dalle curve era necessario anticiparle al punto di trovarsi faccia a faccia con le pareti del percorso senza poter allungare lo sguardo oltre.

Trial memorizzazione erano passaggi obbligati per vincere in un titolo che gradualmente aumentava la velocità delle vetture e la difficoltà degli avversari, oltre che il numero dei giri e le condizioni di visibilità, per sfidarlo alla fine in un duello 1vs1 nella modalità Time Trial.

GUIDARE… DAVVERO?

La fiducia riposta da Namco nel proprio titolo portò alla realizzazione di una versione “Full Scale” che definire folle è poco: si andava oltre il concetto di cabinato, in quando il giocatore era ospitato in una vera Mazda MX-5 Miata (nella sua versione con guida a destra) che permetteva di controllare la vettura virtuale utilizzando volante, leva del cambio e pedali di serie.

Con l’uscita di Ridge Racer Type 4 sulla prima PlayStation, Namco decise di realizzare una versione aggiornata del primo capitolo in grado di girare a 60 fps come l’originale controparte arcade.

Tutti gli indicatori del cruscotto erano funzionanti e replicavano quanto avveniva nel gioco. Ad aumentare senso di immersione ci pensava il triplo schermo che offriva una visuale estremamente più ampia rispetto al tradizionale monitor 4:3, simulando il campo visivo del conducente. Un Speaker integrati nella scocca offriva un realistico – per l’epoca – audio del motore  e delle gomme sull’asfalto, con la ciliegina sulla torta rappresentava dall’aria che fuoriusciva dai bocchettoni per farci sentire l’aria nei capelli e trasportarci definitivamente nel mondo virtuale.

Il titolo ebbe un successo tale che vennero realizzati due seguiti  negli anni immediatamente successivi: Ridge Racer 2 nel 1994 e Rave Racer nel 1995.

Entrambi i titoli mantenevano la struttura  di base del titolo originale. Introducendo la possibilità di giocare in 8 contemporaneamente e nuove tracce audio.

Rave Racer in particolare fu la massima espressione del franchise sulla scheda System 22, mostrando 3 nuovi tracciati in una rinnovata grafica ad alta risoluzione (all’epoca era definitiva tale la vetusta 640×480) e introduceva per la prima volta texture ad alta definizione.

UNA PISTA, TRE PISTE

La critica più severa che si poteva fare a Ridge Racer era relativa al numero di piste a disposizione, che potremmo definire… uno e mezzo: avvicinandosi al gioco nella modalità Novice infatti ci veniva proposto un circuito piuttosto ridotto che, però, lasciava intravedere un bivio, chiuso, che stuzzicava la nostra curiosità.

Non un grande mistero però, in quanto bastava accedere alla modalità Advanced per trovarlo aperto nella direzione opposta, permettendoci di accedere ad una sezione molto tecnica che metteva alla prova la capacità di raccordare in sequenza una serie di curve molto di cili.

Altro stratagemma per rinfrescare questo unico percorso era l’introduzione dello scorrere del tempo, che in modalità Intermediate e Advanced mostrava il percorso in notturna e all’alba, cambiando la percezione del giocatore nell’attraversare la zona balneare, i tornanti montani e la città.

Dalla locandina promozionale si poteva non solo ammirare il cabinato e la grande qualità grafica, ma anche avere una visione d’insieme della pista, così da coglierne la sorprendente varietà.

MERAVIGLIE DELLA TECNICA

Ridge Racer viene ricordato come uno dei titoli più impressionanti dal punto di vista tecnico, capace di settare nuovi standard grazie ad un texture mapping decisamente dettagliato per l’epoca e l’utilizzo molto e cace del goraud shading, tecnologia che consentiva di ammorbidire le super ci poligonali grazie all’interpolazione della rifrazione della luce sui singoli triangoli, o rendo una resa dei modelli di gioco superiore quasi si utilizzasse un numero ben più elevato di poligoni.

Unendo la componente estetica molto dettagliata ad a ascinanti e etti di trasparenza e all’incredibile uidità di gioco, si otteneva un titolo capace di fare scuola sfruttando le potenzialità della scheda Namco System 22.

Negli ultimi anni il franchise, che aveva trovato nuova vita su console, è in forte declino, ma per quasi un ventennio ha incarnato con successo il connubio tra velocità estrema e avanzamento tecnico, presentandosi al lancio di ogni nuova console con una nuova interazione.

In attesa di vedere risorgere le serie, ricordate la regola fondamentale di Ridge Racer: chi frena è destinato ad essere sorpassato sul traguardo!