Ascolta il programma di approfondimento di iCrewPlay

Detroit…

…questo l’incipit proposto da Quantic Dream, lo storico team guidato da David Cage, per il tanto atteso ritorno sugli schermi delle nostre PS4 di Detroit: Become Human. D’altronde, questo potrebbe non essere l’unico asso nella manica del team transalpino.

Sembra infatti che la casa francese stia lavorando ad altri progetti ancora top secret.

Detroit è una città fantascientifica alla Blade Runner, popolata da uomini e androidi al servizio della società. Il titolo di Quantic Dream ci trasmette, a prima vista, quell’atmosfera cyberpunk indimenticabile, propria del capolavoro di  Scott. In più, come il cult hollywoodiano e sulla stessa linea del più recente Ex Machina, racconta l’affascinante dilemma della sottile distinzione tra bene e male, nel costante intreccio tra uomo e macchina.

E se anche noi fossimo androidi?

Il grande ritorno di David “Quantic Dream” Cage, tra androidi, cyberpunk e dilemmi morali!

Detroit: Become Human ci trasporta letteralmente all’interno di un mondo accecante, fatto di luci al neon e atmosfere futuristiche. Ma allo stesso tempo torbido, pesante, grigio, battuto da una pioggia incessante.

La società ha ormai abituato la popolazione a dover possedere almeno uno di questi uomini-macchina per famiglia, al fine di dimostrare il proprio status sociale.

Ma cosa succede quando uno di questi scopre, all’improvviso, la propria identità e si ribella al sistema? Come devono comportarsi, in quel momento, gli androidi che hanno il compito di sorvegliare i propri “simili” per garantire la sicurezza degli umani?

Sappiamo quanto tutta l’opera di David Cage, a partire da Omikron e Fahrenheit e soprattutto con Heavy Rain e Beyond: Due anime, sia improntata a indagare l’animo umano. Nello specifico, pone costantemente al giocatore quesiti etici e morali. Si cerca di mostrare come, nella vita reale, tutte le nostre azioni hanno delle conseguenze concrete, sulla storia e sui personaggi, determinando nuovi stati.

Già nel secondo trailer di Detroit: Become Human, mostrato all’E3 2016 possiamo assaporare 20 minuti di gameplay.

Ci troviamo in un ascensore. Davanti a noi un androide, che impersoniamo, di nome Connor. Si tratta di un negoziatore (una sorta di sorvegliante dei robot), che si imbatte immediatamente in una donna, sconvolta dal rapimento della figlia da parte del suo “androide di famiglia”.

Questa, pregandoci di ritrovare la bambina, a un certo punto alza lo sguardo disperata e grida:

“State mandando un androide. Non potete farlo! Perché? Perché non mandate una persona vera?!”. Ci rechiamo sul tetto dell’edificio. L’androide (Daniel) ci spara ad un braccio e ci intima di allontanarci. Se non lo faremo, intima che si lancerà con la bambina. Stanco di essere schiavo, Daniel vuole vendicarsi, prendendo in mano la propria vita ed essere lui, per una volta almeno, a decidere la sua strada.

Sullo schermo, ad ogni dialogo, dobbiamo scegliere se dichiarare di essere armati, se provare a trattare con il replicante, colpirlo o spingerlo dal palazzo, cadendo di sotto insieme a lui.

Sin da questi primi minuti di gioco, siamo noi a scegliere la strada da prendere. Il trailer sembra far presagire che il grado di libertà sarà molto più ampio rispetto ai precedenti lavori di Cage.

Come in un investigativo alla L.A. Noire, o in Heavy Rain, dovremo raccogliere informazioni e indizi, e prendere le nostre decisioni, consapevoli di dover convivere poi con le conseguenze di queste.

Se, infatti, decidiamo in questo primo scenario di mentire all’android, dicendoci disarmati, questo si allontanerà, dicendoci di fidarsi di noi. Lo colpiranno però dall’alto, e Daniel, tradito, ci guarderà e ci accuserà di avergli mentito. In questo momento capiamo di aver fortemente sulle spalle la responsabilità della vita dei personaggi, e, in un certo senso, di tutto il genere umano.

Per proteggere la bambina, Connor deve tradire un androide, fratello della sua stessa natura, e convivere per sempre con tale decisione. Essere schiavi o morire per la libertà? Non vediamo l’ora di scegliere il nostro destino.

Da Avatar: la nuova frontiera della recitazione

Detroit: Become Human è girato grazie alla tecnica del full performance capture. Questa tecnica registra simultaneamente l’interazione degli attori davanti alla camera, in presa diretta. Da base, il lavoro di attori professionisti in grado di trasmettere all’alter ego virtuale una complessità e uno spessore caratteriale propri. Una tecnica che, applicata alla computer grafica, secondo Cage raggiunge il suo massimo livello nel capolavoro cinematografico Avatar di James Cameron. Ancora oggi.

Scott, come il cult hollywoodiano e il più recente Ex Machina, racconta l’affascinante dilemma del contrasto tra bene e male, nel costante intreccio tra uomo e macchina. E se anche noi fossimo androidi?

L’E3 è vicino leggi anche il nostro articolo Sony.