Nel mare enorme di roguelite che escono ogni anno, distinguersi non è più una questione di “fare bene” le cose. È una questione di identità. Ormai hai visto centinaia di giochi costruiti su stanze da ripulire, potenziamenti randomici e boss da imparare a memoria. Eppure, ogni tanto arriva un titolo che prova a fare una cosa diversa: non cambiare per forza la formula, ma cambiare l’emozione che lascia. Towa and the Guardians of the Sacred Tree appartiene proprio a questa categoria.
È un gioco che, sulla carta, sembra muoversi in territori familiari. Azione dall’alto, run ripetute, progressione che si costruisce lentamente, un hub centrale dove torni dopo ogni spedizione. Ma basta poco per capire che qui l’obiettivo non è solo farti diventare più forte. L’obiettivo è farti sentire parte di un ciclo, di una comunità, di un tempo che scorre e che non aspetta nessuno.
Il titolo porta in scena un immaginario che sa di folclore, di leggende antiche e spiritualità, mescolando estetica fiabesca e malinconia. E soprattutto inserisce un elemento narrativo che raramente è così presente nel genere: la trasformazione del villaggio nel tempo, la crescita, la stagnazione, perfino la perdita. È un dettaglio che cambia l’intero sapore dell’avventura, perché non ti fa percepire ogni run come un “tentativo”, ma come un passo dentro un mondo che continua a muoversi anche quando tu fallisci.
Certo, non è un gioco perfetto. Towa and the Guardians of the Sacred Tree ha alcuni limiti evidenti, soprattutto sul piano della varietà a lungo termine e su certi sistemi che sembrano promettere più profondità di quanta poi riescano davvero a offrire. Ma quando ti aggancia, lo fa con qualcosa che raramente si trova in un roguelite: un senso di umanità. E, nel suo modo delicato, riesce a farti venire voglia di tornare al villaggio non solo per potenziarti… ma per vedere come stanno le persone.
Towa and the Guardians of the Sacred Tree – storia
La premessa è semplice e immediata, proprio come nelle grandi storie dal sapore mitologico: una giovane ragazza, Towa, viene scelta da una divinità legata a un albero sacro per proteggere un piccolo villaggio. Quel villaggio è nato e vive attorno al Sacred Tree, cuore spirituale di tutto, simbolo di protezione e identità. Ma l’equilibrio si spezza quando una forza oscura inizia a corrompere il mondo, portando con sé un miasma che ammala la terra e trascina le creature verso la follia.
Il nemico è Magatsu, un’entità minacciosa che agisce come un’ombra onnipresente. Non aspettarti un antagonista da “dialogo memorabile” o da carisma esplosivo: la sua funzione è soprattutto quella di incarnare una calamità, un male che esiste perché deve essere fermato. Questo può lasciare un po’ freddi se ami i villain con motivazioni forti, ma è anche coerente con l’impianto fiabesco del gioco, dove spesso il “male” è una forza naturale da contenere.
Il vero punto di forza della storia non è tanto la macro-trama, quanto il microcosmo umano che si muove dentro il villaggio. Towa and the Guardians of the Sacred Tree è sorprendentemente interessato alle persone comuni, ai loro timori e ai loro piccoli drammi. Il tempo è un tema costante: gli anni passano, le relazioni cambiano, alcuni personaggi crescono, altri si irrigidiscono nelle loro abitudini, altri ancora spariscono lasciando una traccia silenziosa.
Ed è qui che la scrittura si fa più interessante, perché riesce a trasformare il villaggio in un luogo che non è solo “hub”, ma casa. Tornare dopo una run non significa soltanto aprire menu e potenziamenti, ma ascoltare conversazioni nuove, vedere come una famiglia evolve, scoprire che qualcuno sta cambiando. È una scelta emotiva fortissima, perché rende la ripetizione tipica del roguelite qualcosa di narrativamente significativo.
I Guardiani, conosciuti anche come “Prayer Children”, completano il quadro. Sono un gruppo variegato, con personalità diverse e ruoli che non sono solo cosmetici. Anche quando non sono protagonisti assoluti della trama, riescono a essere riconoscibili, e il gioco punta molto sul loro rapporto con Towa e con la missione. Il risultato è un cast capace di farsi ricordare, soprattutto grazie a dialoghi numerosi e spesso doppiati, cosa rara per produzioni di questa fascia.
L’ambientazione è ispirata e piena di dettagli, con un’estetica che sembra “disegnata a mano”, fatta di tratti morbidi e colori caldi anche quando la situazione diventa cupa. È un mondo che ti invita a restare, a curiosare, a guardare le sfumature.
Gameplay
Una volta entrato nel cuore dell’azione, Towa and the Guardians of the Sacred Tree si presenta come un hack and slash roguelite dall’alto, basato su un sistema particolare: in ogni spedizione, si controllano due personaggi alla volta. Puoi giocare in solitaria gestendo entrambi, oppure condividere la run in cooperativa, con un approccio che cambia sensibilmente il ritmo dello scontro.
Questa struttura a coppia è una delle idee più convincenti del gioco, perché spinge a ragionare sulla sinergia. Non basta scegliere il personaggio che fa più danni. Devi pensare a chi controlla lo spazio, chi tiene a bada i nemici, chi supporta e chi esplode in burst. In pratica, è un sistema che ti chiede di creare una piccola “danza” tra due stili diversi, alternando attacchi e abilità con naturalezza.
Il combat system è veloce, reattivo e immediato: colpi leggeri, attacchi pesanti, schivate, abilità speciali. In alcuni momenti riesce anche a essere molto soddisfacente, soprattutto quando le combo si concatenano e la gestione delle distanze diventa pulita. Però è anche qui che emerge il limite più grosso di Towa and the Guardians of the Sacred Tree: la ripetitività.
Dopo un buon numero di ore, il gioco tende a mostrarti spesso gli stessi pattern, le stesse situazioni e una varietà di “soluzioni” non sempre ampia quanto ci si aspetterebbe. Il problema non è che il gameplay sia brutto, anzi: funziona. Il problema è che, a lungo andare, rischia di non crescere abbastanza. Alcuni sistemi sembrano voler offrire personalizzazione profonda, ma poi restano più superficiali del previsto, e certe meccaniche non evolvono quanto dovrebbero per tenere alta la sorpresa run dopo run.
In compenso, la progressione legata al villaggio è uno dei ganci più efficaci. Ogni spedizione porta risorse, nuove possibilità, sblocchi e miglioramenti. Il gioco ti dà la sensazione che, anche quando fallisci, hai comunque contribuito a costruire qualcosa. Questo mantiene alto l’interesse perché non ti senti mai fermo, e la sensazione di “tempo che passa” diventa parte integrante dell’identità del titolo.
Un elemento che può dividere è la gestione della durata delle armi, o comunque di alcuni sistemi pensati per limitare l’eccesso di potere. In teoria dovrebbero spingere a sperimentare e cambiare approccio, ma nella pratica possono anche essere percepiti come un freno, una meccanica che obbliga più che invoglia. Dipende molto dal tuo modo di giocare: se ami adattarti e cambiare spesso, ci stai dentro senza problemi; se preferisci affezionarti a un set preciso, può diventare una fonte di fastidio.
Gli enigmi e le interazioni ambientali non sono il fulcro, ma ci sono abbastanza elementi da spezzare la monotonia, soprattutto nei momenti in cui la run diventa più “ragionata” e meno frenetica. E quando la difficoltà si alza, il gioco ti costringe a imparare davvero a usare il duo in modo intelligente. Non è mai un’esperienza completamente casuale: la tecnica, la lettura dei nemici e il controllo del campo contano.
In sintesi, Towa and the Guardians of the Sacred Tree è un roguelite che dà il meglio quando riesce a farti “sentire” la sinergia e la crescita del mondo, ma che rischia di perdere mordente se cerchi una varietà di combattimento sempre in escalation.
Tecnicamente
Dal punto di vista artistico, il gioco ha una personalità chiara e riconoscibile. I personaggi sembrano usciti da illustrazioni su carta, con uno stile “schizzato” e colorato che rimane elegante anche quando la scena è caotica. Le animazioni non puntano alla fluidità cinematografica, ma sono abbastanza espressive da rendere ogni Guardian immediatamente distinguibile.
Gli ambienti alternano bellezza calma e inquietudine: foreste, rovine, luoghi spirituali corrotti dal miasma. La varietà visiva funziona, anche se a lungo andare alcuni scenari possono sembrare meno sorprendenti rispetto alle prime ore, quando tutto appare nuovo.
Il comparto audio è buono, anche se non sempre protagonista. Le musiche accompagnano senza rubare la scena, ma nei momenti cruciali, come le boss fight, sanno salire di intensità e sostenere lo scontro. Il doppiaggio è un punto a favore, perché aiuta davvero a dare vita ai personaggi e a non far sembrare il villaggio una semplice schermata di menu.
Sul piano delle prestazioni, l’esperienza è generalmente stabile. Il feeling dei controlli è solido, cosa fondamentale in un action roguelite, e la leggibilità in battaglia resta accettabile anche quando lo schermo si riempie di effetti. Non mancano piccole imperfezioni, ma nulla che comprometta davvero il viaggio.
Il vero punto tecnico forte, più che la tecnologia pura, è la coerenza. Towa and the Guardians of the Sacred Tree è un gioco che sa esattamente che atmosfera vuole trasmettere, e la mantiene dall’inizio alla fine, senza crolli evidenti.
