Steins;Gate è diventato nel tempo il volto più riconoscibile dell’intero universo Science Adventure. Un successo enorme, probabilmente superiore a quello di qualunque altro capitolo della serie, al punto che una parte consistente del pubblico conosce Okabe e il Future Gadget Laboratory senza nemmeno sapere che facciano parte di un franchise molto più ampio.
Ed è proprio questa popolarità a rendere Steins;Gate RE:BOOT un’operazione difficile da accogliere senza qualche perplessità.
Non stiamo parlando del recupero di un’opera dimenticata o ormai inaccessibile. La visual novel originale continua a essere perfettamente giocabile ancora oggi (uscita nel 2016) e nel 2019 era già arrivato Steins;Gate Elite, reinterpretazione che aveva cercato di rendere l’esperienza più immediata sacrificando però parte del testo originale.
Quando un microonde diventa una macchina del tempo
Steins;Gate rappresenta il secondo grande capitolo dell’universo narrativo di Science Adventure, una serie composta da opere apparentemente indipendenti ma legate da ambientazione, concetti scientifici, organizzazioni e avvenimenti appartenenti allo stesso mondo.
Dopo gli eventi di Chaos;Head Noah, la storia ci porta ad Akihabara e mette al centro Rintaro Okabe, eccentrico studente universitario che preferisce presentarsi attraverso il suo alter ego: Hououin Kyouma, lo scienziato pazzo.
Okabe trascorre le giornate nel Future Gadget Laboratory, un laboratorio improvvisato che assomiglia molto più a un rifugio per amici che a un vero centro di ricerca. Insieme a Daru e Mayuri costruisce dispositivi improbabili, scherza su fantomatiche organizzazioni che lo starebbero sorvegliando e alimenta continuamente una personalissima rappresentazione teatrale della propria vita.

Almeno fino a quando qualcosa smette di essere un gioco. Una conferenza, un incontro impossibile e un esperimento apparentemente assurdo portano alla scoperta che il PhoneWave, un microonde modificato, è in qualche modo capace di interferire con il passato.
Da quel momento la leggerezza iniziale comincia lentamente a sgretolarsi: i messaggi inviati indietro nel tempo modificano gli eventi, il mondo cambia attorno ai protagonisti e Okabe sembra essere l’unico capace di conservare memoria delle differenti realtà attraversate.
Una storia che ha bisogno del suo tempo
La forza di Steins;Gate nasce soprattutto dal tempo che dedica ai suoi personaggi. Le prime ore sono lente, spesso volutamente quotidiane: si rimane nel laboratorio, si ascoltano conversazioni apparentemente insignificanti e si osservano le dinamiche tra Okabe, Mayuri, Kurisu, Daru e gli altri membri del Future Gadget Laboratory. È proprio questa pazienza a rendere così efficace il cambio di tono della seconda metà, perché quando le conseguenze degli esperimenti cominciano a manifestarsi non coinvolgono più semplici figure narrative, ma personaggi con cui abbiamo trascorso molte ore.

Per esempio Kurisu rappresenta il contrappeso ideale: brillante, razionale e inizialmente estranea alle assurdità del laboratorio, costruisce con Okabe un rapporto fatto di provocazioni, scontri e una complicità che cresce lentamente fino a diventare uno dei pilastri emotivi dell’opera. Lo stesso vale, in misura diversa, per Mayuri, Suzuha, Faris, Luka e Moeka, approfonditi anche attraverso le varie route alternative.
Non tutte ricevono però lo stesso spazio: alcune, come quelle di Suzuha e Faris, riescono a lasciare il segno, mentre altre sembrano concludersi proprio quando iniziano a esprimere il proprio potenziale. Rimane comunque il cast, più ancora del viaggio nel tempo stesso, a trasformare Steins;Gate da affascinante storia di fantascienza in un racconto emotivamente memorabile.
Gameplay – Il Phone Trigger System
Parlare di gameplay in una visual novel come Steins;Gate richiede inevitabilmente qualche precisazione. Non esistono combattimenti, esplorazione tradizionale o puzzle: l’interazione passa quasi interamente attraverso il Phone Trigger System, che permette di utilizzare il telefono di Okabe durante la storia.
Ricevendo i messaggi degli altri personaggi è possibile selezionare alcune parole al loro interno e determinare così la risposta successiva, creando piccole catene di conversazioni che possono offrire dialoghi aggiuntivi, sfondi, suonerie e soprattutto attivare determinate condizioni necessarie per raggiungere il True Ending.

Il sistema funziona, ma difficilmente entusiasma, soprattutto se confrontato con altre idee viste all’interno della stessa serie Science Adventure. Il Delusion Trigger di Chaos;Head, per esempio, trasformava direttamente l’instabilità mentale del protagonista in una meccanica narrativa, mentre il sistema di hacking di Anonymous;Code arrivava a integrare la presenza stessa del giocatore nella struttura della storia. Il telefono di Steins;Gate rimane molto più ordinario: è perfettamente coerente con il mondo narrativo e offre qualche scambio divertente, ma raramente restituisce la sensazione di stare realmente influenzando gli eventi.
Esistono persino alcuni piccoli retaggi curiosi dell’originale. Determinate catene di messaggi permettevano, nelle vecchie versioni, di ottenere brani provenienti da Chaos;Head; in RE alcune di quelle stesse conversazioni sembrano essere ancora presenti, mentre le relative ricompense musicali sono scomparse. È un dettaglio minuscolo, ma contribuisce a rafforzare la sensazione di trovarsi davanti a un’operazione estremamente conservativa.

Observer Mode
Tra le aggiunte più interessanti di RE troviamo invece l’Observer Mode, una rappresentazione grafica delle differenti World Line attraversate durante la storia, completa delle ramificazioni e delle deviazioni generate dalle nostre decisioni. È una novità estremamente sensata per un’opera come Steins;Gate, perché una struttura narrativa composta da linee temporali differenti, biforcazioni e numerosi finali può diventare difficile da visualizzare mentalmente.
L’Observer permette invece di osservare l’intera architettura narrativa con molta più chiarezza e di individuare anche eventuali eventi secondari mancati durante la partita. Non è uno strumento perfetto: sarebbe stato utile poter effettuare uno zoom più ampio e, soprattutto, saltare direttamente a un determinato evento dalla schermata stessa. Rimane comunque una delle poche novità di RE che restituisce davvero la sensazione di essere stata pensata specificamente per migliorare l’esperienza originale.
La nuova route di Moeka
Una delle principali novità pubblicizzate di Steins;Gate RE:BOOT riguarda Moeka, che per la prima volta dispone di una route dedicata all’interno del gioco principale. Tecnicamente non si tratta però di materiale completamente originale, dal momento che la storia deriva dal drama CD Hiding of the Dark Dimension. Il problema non è tanto la provenienza del materiale: recuperare contenuti esterni e integrarli all’interno della visual novel avrebbe potuto rappresentare esattamente il tipo di operazione capace di dare senso a questo titolo.

Il vero problema è quanto poco venga sfruttata questa possibilità. La route è estremamente breve, arriva rapidamente al proprio momento principale e termina quasi subito dopo, risultando più simile a un assaggio che a una vera espansione narrativa. È probabilmente una delle occasioni sprecate più evidenti dell’intero progetto, soprattutto perché, se l’obiettivo era convincere chi conosce già Steins;Gate a tornare ancora una volta nel laboratorio di Okabe, sarebbe servito molto di più: nuove route, scene completamente inedite, collegamenti più profondi con gli altri capitoli di Science Adventure o persino nuove World Line da esplorare. Invece rimane costante la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che avrebbe potuto osare molto di più e che ha preferito non farlo.
La nuova direzione artistica funziona
Se sul fronte narrativo Steins;Gate RE:BOOT appare fin troppo prudente, visivamente il risultato convince decisamente di più. La nuova direzione artistica tenta di trovare un punto d’incontro tra il tratto peculiare della visual novel originale e l’aspetto più familiare dell’adattamento animato. Era una scelta tutt’altro che semplice, considerando quanto fosse forte l’identità visiva dell’originale, caratterizzata da volti quasi innaturali, colori particolari e illustrazioni immediatamente riconoscibili.
Uniformare eccessivamente il tutto avrebbe significato perdere buona parte di quella personalità, ma fortunatamente non accade. I nuovi modelli risultano più moderni senza cancellare completamente l’identità dell’opera, mentre le nuove CG riescono in alcuni casi a dare maggiore forza alle scene. Anche il cast vocale continua a essere eccellente e il materiale registrato appositamente per questa versione rappresenta un’aggiunta certamente gradita. Non significa necessariamente che RE sia visivamente superiore all’originale, ma almeno sotto questo aspetto la reinterpretazione riesce ad acquisire una propria identità. Ed è probabilmente qui che il concetto stesso di “reboot” trova la sua applicazione più convincente.
Quando un remake dimentica di sfruttare il proprio medium
Il problema più profondo rimane però la sceneggiatura. Steins;Gate RE:BOOT utilizza come base quella di Elite, versione che aveva già ridotto alcune porzioni del testo originale nel tentativo di rendere il ritmo più rapido. È un approccio che continua a essere discutibile, soprattutto considerando le possibilità offerte dal medium. Una visual novel può permettersi qualcosa che anime e videogiochi tradizionali difficilmente riescono a fare: fermarsi. Può dedicare minuti interi ai pensieri del protagonista, descrivere una stanza, una sensazione o un dubbio senza preoccuparsi continuamente di mantenere un ritmo cinematografico.
La visual novel originale sfruttava questa libertà soprattutto attraverso la voce interiore di Okabe. Steins;Gate RE:BOOT, invece, continua in diversi punti a comprimere il racconto, ed è una scelta particolarmente curiosa perché questa nuova versione avrebbe potuto fare esattamente il contrario. Non serviva semplicemente raccontare Steins;Gate più velocemente: sarebbe stato molto più interessante raccontarlo meglio, approfondendo i personaggi, espandendo alcune situazioni, inserendo nuovi collegamenti con il resto della saga e concedendo maggiore spazio alle conseguenze psicologiche del viaggio nel tempo.
Se si decide di tornare ancora una volta sulla stessa storia, il vantaggio dovrebbe essere proprio quello di poter utilizzare anni di materiale ed esperienza per costruirne la versione definitiva.
Una sensazione che, purtroppo, Steins;Gate RE:BOOT restituisce molto raramente.
