Nel panorama videoludico contemporaneo, sempre più orientato verso produzioni spettacolari e cinematiche, capita sempre più raramente di imbattersi in titoli che scelgono deliberatamente di fare un passo indietro. Non per mancanza di ambizione, ma per una precisa volontà creativa: recuperare una formula semplice, diretta, quasi essenziale, e costruirci sopra un’esperienza coerente.
Starship Troopers: Ultimate Bug War si inserisce esattamente in questa categoria. Ispirato all’universo di Starship Troopers, diretto da Paul Verhoeven, a sua volta tratto dal romanzo Fanteria dello Spazio di Robert Heinlein, il titolo rinuncia consapevolmente alle logiche moderne per abbracciare un’impostazione più classica, quasi nostalgica.
Pur non trattandosi di un capolavoro, il film con Casper Van Dien e Denise Richards (ma anche un giovane Neil Patrick Harris pre Barney Stinson) è diventato un piccolo cult per tutti noi ragazzini degli anni ’90, che non guardavamo oltre alle tonnellate di proiettili scaricati sugli insetti giganti e al riuscitissimo design dell’esercito della federazione.
Con questi presupposti,appare logico che non siamo davanti a uno sparatutto che punta sulla spettacolaritào sulla narrazione stratificata, ma a un’esperienza che mette al centro il gameplay puro, quello fatto di movimento, riflessi e pressione costante. Una scelta che potrebbe sembrare limitante, ma che in realtà rappresenta il cuore stesso del progetto.
La flotta pensi a volare, la fanteria mobile a morire
La componente narrativa di Ultimate Bug War non è il fulcro dell’esperienza, e il gioco non fa nulla per nasconderlo. Il contesto è quello ben noto della guerra tra laFederazione Terrestre e gli Aracnidi, una lotta brutale e apparentemente senza fine in cui il singolo soldato conta poco rispetto alla macchina bellica complessiva.
Perfettamente inserito nel franchise di Starship Troopers, il gioco…beh è un gioco; ovvero, quello che ci apprestiamo ad affrontare è un videogioco/simulazione, prodotto dallaFederazione per fare proselitismo tra i giovani.
Guidati dal Generale Rico, sempre interpretato da Van Dien, il giocatore veste i panni di un veterano della Fanteria Mobile, il maggiore Samantha Diez, che raccontandoci la sua esperienza nella guerra agli insetti, ci vedrà impegnati in una serie di operazioni militari su pianeti infestati dagli insetti alieni. Non c’è una costruzione narrativa particolarmente articolata, né un approfondimento psicologico dei personaggi: tutto è funzionale all’azione, tutto è subordinato al conflitto.
Questa scelta, se da un lato limita il coinvolgimento emotivo, dall’altro risulta perfettamente coerente con l’impostazione dell’opera originale, dove la guerra veniva spesso raccontata in modo freddo, quasi distaccato, filtrata attraverso la lente della propaganda.
Il risultato è un contesto narrativo essenziale, ma efficace nel suo scopo principale: giustificare il continuo ritorno sul campo di battaglia.
Gameplay di Starship Troopers
È nel gameplay che Ultimate Bug War trova la sua vera identità, come facilmente prevedibile. Il gioco si presenta come uno sparatutto in prima persona dichiaratamenteispirato a classici del passato, come Doom o Quake con un’impostazione che privilegia la velocità, la reattività e la gestione immediata delle situazioni, in un sottogenere che potremmo definire boomer shooter.
Il movimento è rapido, fluido, quasi frenetico, e costringe il giocatore a restare costantemente attivo; non esistono momenti di pausa reale, perché gli Aracnidi non concedono tregua: attaccano in massa, da più direzioni, creando una pressione continua che rappresenta uno degli elementi più riusciti dell’esperienza e costringendoci spesso a distrarci dall’obiettivo principale per eliminare i nidi e allentare la pressione su di noi e sui nostri commilitoni oppure (e non è un elemento da sottovalutare proprio per salvare quegli sprite pixelati vestiti come noi.
Visto lo stile volutamente rétro, le missioni seguono una struttura relativamente semplice, basata su obiettivi come la difesa di avamposti, la distruzione di nidi o l’avanzamento verso punti strategici. Si tratta di attività che funzionano bene nel breve periodo, grazie al ritmo elevato e alla solidità delle meccaniche, ma che nel lungo termine tendono a ripetersi, riducendo parzialmente il senso di progressione.
A compensare questa ripetitività interviene un arsenale ben costruito, capace di restituire un ottimo feeling. Le armi non sono semplicemente strumenti, ma parte integrante del divertimento: ogni colpo ha peso, ogni esplosione trasmette impatto, contribuendo a rendere gli scontri sempre coinvolgenti. Inoltre, potendo portare “solo” quattro armi con noi, talvolta dovremo operare delle scelte su cosa portare, considerando che ogni arma ha una sua potenza e un suo scopo e quindi dovremo creare un arsenale versatile per scamparla in ogni occasione.
Come nei capisaldi del genere, raccoglieremo munizioni kit medici e armatura direttamente dalle casse lanciate dalla federazione o da rifornimenti che potremo farci lanciare nel mezzo dell’azione, in numero ovviamente limitato.
Un ulteriore elemento di varietà è rappresentato dalla modalità Bug, che permette di assumere il controllo di un Aracnide. Questa scelta introduce un cambio di prospettiva interessante, modificando radicalmente il ritmo e le dinamiche di gioco, e offrendo un diversivo che aiuta a spezzare la monotonia della campagna principale.
Segnali di Stile: grafica e sonoro
Dal punto di vista tecnico, Ultimate Bug War adotta una direzione stilistica ben precisa, che privilegia la funzionalità rispetto all’impatto visivo: come detto, la grafica si ispira chiaramente agli FPS retrò, con modelli e ambientazioni che non cercano il realismo ma puntano sulla leggibilità e sulla chiarezza dell’azione.
Questa scelta si rivela efficace soprattutto nelle fasi più concitate, quando il numero di nemici su schermo aumenta considerevolmente. La pulizia visiva permette al giocatore di mantenere il controllo della situazione anche nei momenti più caotici, evitando quella confusione che spesso caratterizza titoli più complessi dal punto di vista grafico.
Gli ambienti, pur risultando funzionali, non brillano per varietà, e nel lungo periodo possono dare una sensazione di déjà-vu. Tuttavia, la loro struttura si adatta bene alle esigenze del gameplay, alternando spazi aperti e zone più chiuse in modo da creare situazioni di combattimento differenti.
Nel complesso, il comparto tecnico non sorprende, ma sostiene efficacemente l’esperienza, dimostrando una coerenza che, pur senza eccellere, contribuisce alla solidità del titolo.
Lo stesso ragionamento si può applicare al comparto sonoro, che è fedele sia a quanto visto nel film degli anni ’90, sia all’azione su schermo, di cui costituisce un ottimo complemento.
