La notizia è di quelle che pesano, dove Sony Interactive Entertainment ha deciso di chiudere Bluepoint Games, lo studio di Austin acquisito nel 2021 e integrato nei PlayStation Studios. Una scelta che, secondo le informazioni riportate dal giornalista di Bloomberg Jason Schreier, comporterà circa 70 licenziamenti. Un epilogo difficile da digerire, soprattutto considerando il pedigree del team.
Bluepoint non era uno studio qualunque. È stato l’artefice del remake di Demon’s Souls, titolo di lancio per PS5 capace di dimostrare fin da subito il salto tecnico della nuova generazione. Prima ancora, aveva firmato il rifacimento di Shadow of the Colossus, accolto come uno dei migliori remake mai realizzati.

Sony e le conseguenze delle sue scelte
Nel suo curriculum figurano anche raccolte e rimasterizzazioni di peso come Uncharted: The Nathan Drake Collection e Metal Gear Solid HD Collection. Un lavoro certosino, rispettoso del materiale originale ma capace di aggiornarlo con intelligenza. Era uno studio specializzato, riconosciuto, affidabile. Ed è proprio questo che rende la chiusura ancora più difficile da comprendere.
Dopo il successo di Demon’s Souls, Bluepoint sarebbe stato assegnato a un progetto live service ambientato nell’universo di God of War. Una scelta che già all’epoca aveva sollevato più di un dubbio. Perché spostare un team maestro nei remake verso un modello “gioco come servizio”, territorio affollato e ad alto rischio?
Il progetto è stato cancellato all’inizio del 2025, quando Sony ha iniziato a ridimensionare drasticamente le sue ambizioni sui live service. Una retromarcia che arriva dopo anni di dichiarazioni ambiziose e investimenti importanti. Il risultato? Studi riallocati, progetti interrotti, e ora una chiusura definitiva. Secondo Schreier, nell’ultimo anno Bluepoint avrebbe cercato di proporre nuove idee per definire il proprio futuro a Sony. Non è bastato.

Sony ha diffuso una nota in cui definisce Bluepoint “un team incredibilmente talentuoso” e ringrazia per “passione, creatività e maestria”. Parole di circostanza che suonano stonate di fronte alla perdita di decine di posti di lavoro e soprattutto al trattamento riservato.
Il punto non è mettere in discussione il talento dello studio. Quello è evidente e il nodo è strategico. Negli ultimi anni PlayStation ha inseguito il miraggio dei live service come soluzione strutturale alla volatilità del mercato. Ma i casi di cancellazioni e fallimenti si sono moltiplicati, lasciando dietro di sé macerie all’interno di Sony e precisamente di PlayStation. Bluepoint sembra essere una vittima collaterale di questa corsa.La chiusura dello studio manda un messaggio chiaro: nessuno è intoccabile, ma nemmeno chi ha dimostrato, con i fatti, di saper valorizzare il patrimonio storico di PlayStation.
C’è anche un problema di identità dove PlayStation si è costruita una reputazione su produzioni solide, esperienze single player curate, titoli capaci di lasciare un segno. Spingere studi interni verso modelli che non rispecchiano le loro competenze rischia di snaturare quell’identità.

Se uno studio come Bluepoint, con una storia di successi tecnici e critici, può essere chiuso nel giro di cinque anni dall’acquisizione, allora la domanda è inevitabile: che visione c’è davvero dietro queste scelte?La sensazione è che la gestione abbia inseguito una tendenza invece di valorizzare ciò che già funzionava. E a pagare il prezzo sono, ancora una volta, sviluppatori e fan.Per molti giocatori PlayStation, questa non è solo una notizia industriale. È la fine di una promessa, dove forse nessuno è al sicuro, e forse PlayStation ormai è definitivamente un ricordo di ciò che era.