In un mercato saturo di action RPG che provano a impressionare con numeri, loot e fiumi di effetti a schermo, Retrace the Light sceglie una strada diversa. Non ti travolge con mille sistemi contemporaneamente, non cerca di trasformarsi in un open world smisurato e nemmeno si aggrappa alla moda del momento solo per farti restare incollato. Al contrario, punta su un’idea chiara e quasi “ossessiva”, costruendo tutto intorno a una meccanica che non è un semplice trucco ma il vero cuore dell’esperienza: la capacità di tracciare un percorso e poi riavvolgere lo spazio, tornando indietro lungo quella scia di luce.
Ed è proprio qui che Retrace the Light conquista, perché riesce a rendere tangibile la sensazione di manipolare qualcosa di potente, ma anche di fragile. Il gioco ti invita a muoverti, rischiare, sbagliare e riprovare, senza mai far sembrare la ripetizione una punizione. Ogni run, ogni stanza, ogni combattimento diventa un piccolo laboratorio dove impari a sfruttare quell’abilità non solo per evitare colpi, ma per dominare il campo di battaglia, aggirare un nemico, risolvere un enigma che sembrava impossibile.
Il risultato è un action adventure 2.5D che alterna momenti di intensità quasi “soulslike” a fasi più ragionate e puzzlose, il tutto immerso in un’estetica futuristica e onirica. Ma la cosa più interessante è che Retrace the Light non vuole essere solo un gioco di combattimento e puzzle: vuole raccontare anche una storia emotiva, legata alle ferite interiori delle persone e a un mondo governato da intelligenze artificiali, controllo e scelte morali non sempre semplici.
Retrace the Light è uno di quei titoli che magari non urlano “capolavoro” dal trailer, ma che una volta avviati iniziano lentamente a insinuarsi nella mente, come se avessero un ritmo proprio. Un ritmo fatto di luce, di ritorni, e di domande che restano sospese più a lungo del previsto.

Retrace the Light: storia e ambientazione
Il protagonista è Decem, un Enforcer che lavora per un’autorità superiore, in un futuro dominato da tecnologie avanzate e da un sistema di potere che sembra aver trasformato gli esseri umani in ingranaggi. Il suo lavoro è particolare: entrare in spazi mentali, ricostruire frammenti, affrontare distorsioni e “interferenze” che nascono dalla coscienza umana spezzata. È un concetto affascinante, perché mette insieme fantascienza e interiorità, collegando il combattimento non solo alla sopravvivenza fisica, ma anche alla riparazione di qualcosa di più profondo.
L’ambientazione gioca tantissimo sul contrasto: da una parte la freddezza di un mondo ipertecnologico, dall’altra la stranezza quasi poetica delle aree che esplori, che spesso sembrano sogni digitali, memorie difettose o architetture impossibili. Il Meta Mirror Project e i “Mirrormazes” diventano una sorta di teatro mentale dove tutto può deformarsi, e dove non sempre è chiaro se stai vedendo un luogo reale o una proiezione.

La trama viene raccontata con un ritmo costante, senza esplosioni narrative continue ma con un senso di mistero che cresce man mano. Non aspettarti colpi di scena buttati lì per forza: Retrace the Light preferisce lavorare di dettagli, indizi, dialoghi e frammenti di lore nascosti. In alcuni momenti ti lascia anche volutamente disorientato, come se volesse che fossi tu a ricomporre il quadro, esattamente come Decem ricompone le coscienze in frantumi.
Il cast di personaggi di supporto ha un ruolo importante, perché spesso è tramite loro che capisci cosa sta succedendo davvero, ma soprattutto perché danno al gioco un’anima più umana. Retrace the Light non tratta la psicologia e il trauma in modo “clinico”: lo fa con un taglio narrativo che punta più alla suggestione che alla spiegazione diretta. Alcuni passaggi funzionano benissimo perché ti fanno percepire il peso emotivo dietro certe situazioni, altri risultano un po’ meno incisivi, soprattutto quando l’intreccio rischia di appoggiarsi a concetti fantascientifici già visti.
Detto questo, l’atmosfera resta sempre forte. Ogni nuova area sembra una nuova pagina di un libro di fantascienza illustrato, e la sensazione di esplorare una realtà non stabile, dove ogni cosa può piegarsi o rompersi, accompagna praticamente tutta l’avventura.

Gameplay
Se la storia è il motore emotivo, il gameplay è la calamita che ti tiene incollato. Retrace the Light è un action RPG in 2.5D con visuale isometrica, basato su combattimenti intensi e puzzle costruiti attorno alla meccanica di retracing. In pratica, mentre ti muovi lasci una “traccia” e puoi scegliere di riavvolgere la tua posizione tornando al punto di partenza di quel percorso. Sembra semplice, ma è una di quelle idee che diventano sempre più interessanti man mano che il gioco si complica.
In combattimento, questa abilità cambia completamente la lettura delle battaglie. Non stai solo schivando a caso: stai costruendo un percorso di fuga e contrattacco. Ti sposti per evitare un colpo pesante, lasci la scia di luce, aspetti il momento giusto e poi “torni indietro” con precisione, ritrovandoti in una posizione vantaggiosa per colpire il nemico alle spalle o per interrompere un attacco. Quando inizi a padroneggiare il sistema, il feeling diventa incredibilmente soddisfacente, perché ti senti davvero come qualcuno che sta piegando lo spazio a proprio favore.
Decem parte con un set di mosse abbastanza basilare, tra attacchi leggeri e pesanti, ma la progressione aggiunge nuove abilità e potenziamenti che espandono sia il combattimento sia la gestione della scia. Il sistema di skill è abbastanza ricco e ti permette di specializzarti, rendendo meno banale la crescita del personaggio. Non è un albero abilità infinito, ma è abbastanza vario da farti ragionare su cosa ti serve davvero: più mobilità, più danno, più controllo, più sopravvivenza.

I boss sono uno dei momenti più riusciti dell’esperienza, perché sono costruiti per “testare” l’uso del retracing. Qui il gioco smette di essere permissivo: se non impari a creare la traccia prima dell’attacco più pericoloso, non hai materialmente lo strumento per salvarti. Questo rende alcune boss fight molto tese, quasi da danza obbligatoria, dove la memoria dei pattern e il tempismo contano più del puro livello del personaggio.
Poi ci sono i puzzle, e anche qui la meccanica di riavvolgimento diventa il fulcro. Retrace the Light propone enigmi basati su tempismo, percorsi, interruttori e ostacoli che sembrano impossibili finché non capisci che il gioco vuole che tu “pensi” in modo non lineare. Molti puzzle sono ben progettati e hanno quel tipo di soddisfazione che nasce quando la soluzione ti sembra ovvia… ma solo dopo averla trovata. Alcuni, però, rischiano di risultare troppo chiari, perché capisci subito quale potere dovrai usare per superarli. Non è un grande difetto, ma impedisce a certi momenti di raggiungere quel livello di sorpresa assoluta che i puzzle migliori sanno dare.
Tra una missione e l’altra, il gioco ti riporta nell’hub principale, un luogo particolare e quasi inquietante, dove puoi parlare con altri personaggi, allenarti, cambiare assetto e scoprire nuovi dettagli della storia. È un’ottima scelta per spezzare la tensione, anche se in alcuni frangenti l’hub sembra più una zona di passaggio che un luogo davvero “vivo”. Funziona, ma non sempre lascia un ricordo forte come i livelli più intensi.
Nel complesso, Retrace the Light riesce in qualcosa di raro: prendere una singola meccanica e farla diventare tutto. Combattimento, enigmi e ritmo narrativo sono costruiti attorno a quella scia di luce. E questo dà al gioco coerenza, identità e una personalità netta.

Tecnicamente
Dal punto di vista visivo, Retrace the Light è uno di quei giochi che sembrano avere molto più budget di quello che probabilmente hanno davvero. L’art design è curato, con ambientazioni che mescolano futurismo e surrealismo, e una direzione cromatica che sa quando essere calda e accogliente e quando invece diventare fredda e alienante.
I ritratti dei personaggi, spesso disegnati con stile illustrato, aggiungono un senso di carattere e rendono i dialoghi più espressivi. Anche i nemici hanno un design interessante, con forme e movimenti che sembrano nati da una logica “mentale” più che biologica, cosa coerente con il tema della coscienza deformata.
Gli effetti di luce sono ovviamente protagonisti. Sarebbe stato un problema se un gioco con un titolo così non avesse saputo usare la luce in modo artistico, e invece qui funziona. Il retracing, le scie luminose, le esplosioni energetiche e le abilità speciali riempiono lo schermo senza diventare confusione pura, mantenendo una buona leggibilità.
Il comparto audio accompagna bene l’esperienza, con una colonna sonora che alterna momenti più atmosferici a picchi più intensi durante i combattimenti. Non è una soundtrack che ti ritrovi a canticchiare subito, ma fa quello che deve fare: sostenere il tono e non spezzare l’immersione. Gli effetti sonori sono solidi e il feedback delle azioni è soddisfacente, soprattutto quando la schivata e il retracing si incastrano in modo perfetto.
Sul piano prestazionale, l’esperienza è generalmente stabile, con qualche momento in cui l’azione e gli effetti a schermo possono appesantire leggermente la lettura, ma nulla che rovini davvero il flusso.
Retrace the Light è tecnicamente coerente con la sua ambizione: non cerca il fotorealismo, cerca atmosfera e identità, e ci riesce con eleganza.
