Sviluppato da Indigo Studios – Interactive Stories e pubblicato da Firenut Games, Portrait of a Torn è un’avventura in prima persona 3D incentrata sulla narrazione, raccolta di indizi e risoluzione di enigmi ambientali. L’opera è identificabile soprattutto come walking simulator anche se è leggermente più interattivo rispetto alla media dei suoi congeneri. Noi abbiamo vissuto questa nuova ed emozionante storia su PlayStation 5 e questa è la nostra recensione!
Portrait of a Torn e due storie in una stessa casa
Portrait of a Torn rientra tra i titoli che puntano quasi esclusivamente su narrazione ed atmosfera. Due elementi che comunicano di continuo completandosi a vicenda e offrendo una storia che, seppur molto breve, riesce a far emozionare e innervosire. Il merito, a tal proposito, è senza dubbio dell’intreccio narrativo e della qualità della scrittura. Nulla di eclatante, vero, ma è ben scritto e riesce a trascinare dall’inizio fino alla fine. C’è vivo interesse in quello che leggiamo e scopriamo enigma dopo enigma e il merito è anche di come viene centellinato.
Ma questo non ci sorprende più di tanto. Infatti, parliamo degli stessi autori dietro The Last Case of John Morley, di cui puoi recuperare la nostra recensione e che già di suo ci aveva conquistato per la qualità narrativa. Ma procediamo con ordine. Portrait of a Torn ci mette nei panni di Robert, un giovane soldato che torna a casa ma la ritrova trasandata e avvolta da un’oscurità opprimente e desolante. Unire i pezzi di quello che è accaduto ai nostri familiari, alla nostra casa e a noi stessi è solo l’inizio di una storia che travalica il tempo e lo spazio e che, un po’ come The Berlin Apartment, altro videogioco fortemente narrativo, sfrutta l’abitazione come strumento narrativo in diverse fasi temporali.

La nostra casa, infatti, cela in sé un segreto oscuro nascosto da anni e anni. Ebbene, il nostro Robert e noi stessi, saremo chiamati a risolvere anche quell’enigma che, ben presto, diventerà praticamente centrale. Ed è proprio tale enigma a sorprendere per complessità e crudezza di contenuti. Parliamo di un male mentale e fisico di un’intera famiglia, con una fedeltà storica coerente e allo stesso tempo disarmante. Si parla della posizione della donna, della povertà, di legami spontanei e forzati e di morte. Una morte che fa tremendamente male.
E dobbiamo fermarci onde evitare di anticipare troppo. Ti basti sapere che il canovaccio narrativo di Portrait of a Torn è frammentato in una serie di documenti che dovrai raccogliere in modo lineare e prestabilito e che darà forma a un mosaico esaustivo e nel suo complesso soddisfacente. Sì, alcune cose le anticiperai facilmente ma c’è comunque spazio per una sincera sorpresa anche se siamo abbastanza lontani dalla complessità e dall’efficacia del finale del precedente titolo degli stessi autori. John Morley però, aveva più tempo a sua disposizione.
Inoltre, sempre a differenza di John Morley, Portrait of a Torn sfrutta un diverso tipo di atmosfera. Non c’è la sensazione di essere “osservati” e l’inquietudine è più legata a ciò che è già accaduto rispetto a ciò che potrebbe accadere. Ci ritroviamo così a un’esplorazione più rilassata e meno ansiogena. Un diverso tipo di mistero che regala comunque una serie di suggestioni soddisfacenti.

Un gameplay abbastanza striminzito
Portrait of a Torn è un gioco d’avventura ed esplorazione, fortemente narrativo, in prima persona 3D e con diversi enigmi ambientali. Non ci sono scelte da effettuare e neanche inventari da gestire. c’è qualcosa da raccogliere e utilizzare ma tutto molto pilotate e lineare. In pratica, è un walking simulator leggermente più complesso. Non mancheranno, infatti, fasi in cui dovrai solo camminare e leggere/ascoltare frammenti di storie e reminescenze del passato prima di proseguire col prossimo enigma.
Questi sono molto elementare e nessuno spicca per particolare originalità. Passiamo da codici da individuare in elementi ambientali a puzzle sonori, quest’ultimo decisamente il più “ostico”. Non manca da capire quali stanze aprire e dove utilizzare le varie chiavi ma, come già anticipato, la location a nostra disposizione è una e, nonostante diverse trovate per modificarne le stanze più e più volte, non c’è tantissimo da vedere o con cui interagire.
Mancano inoltre le situazioni più lente e oscure alla John Marley che, tra l’altro, azzardava anche cambi di scenari che qui sono molto limitati e abbastanza brevi. Non è un male, focalizzarsi solo sulla casa del protagonista agevola la narrazione e alimenta tutt’altro tipo di atmosfera ma, complice anche una longevità che fatica a raggiungere le due ore, c’è abbastanza “poco” da giocare e no, non c’è alcuna spinta a ritornare nei panni di Robert. Inoltre, è assente anche il trofeo di Platino.

Grafica e sonoro
Graficamente parlando, Portrait of a Torn soffre di alti e bassi. La casa è ben rappresentata con una cura al dettaglio notevole. Gli spazi angusti e limitati agevolano un gioco di chiaroscuri abbastanza interessante. Buona anche l’unica “figura” che incontreremo mentre le reminiscenze passate prestano il fianco a poligoni abbastanza anonimi. Decisamente meno bene i pochi frammenti all’aperto, in queste occasioni il titolo soffre di pop-up molto copiosi e che rovinano un po’ quanto di buono realizzato all’interno della casa del protagonista.
Inoltre, nelle fasi finali abbiamo anche riscontrato un brutto bug che vedeva una serie di frasi “narrative” ripetersi in modo scoordinato laddove, invece, dovevano essere vissute in ordine passo dopo passo. Nulla di grave e che non possa risolversi con una o più patch. Il sonoro, invece, è particolarmente indovinato e risulta un complice eccezionale nell’alimentare la mestizia di un’atmosfera pronta a condividere una storia che sì, fa male. Infine, ma non per importanza, segnaliamo la graditissima presenza dei sottotitoli in lingua italiana.
