Sviluppato da SoyKhaler e pubblicato da Dojo System, Parkour Labs è un gioco d’azione in prima persona 3D che punta esclusivamente a farci vivere una sequela di sfide dove dobbiamo correre, saltare e scattare, il tutto studiando per bene il percorso e le tipologie di piattaforma in un processo di trail and error costante. Noi abbiamo messo alla prova le nostre abilità da parkour su PlayStation 5 e questa è la nostra recensione!
Parkour Labs si corre e salta
Parkour Labs non ha intenzione di raccontare una storia ma di fornire un’esperienza videoludica in prima persona. Nello specifico, come da titolo, azzarda a essere una sorta di simulatore surreale di parkour fantascientifico. Di quelli col doppio salto e la possibilità di sprintare in avanti che neanche Sonic… Peccato che tutto ciò non c’entri particolarmente col parkour in sé per sé. Infatti, più che un simulatore realistico di parkour, questi che abbiamo tra le mani è una sorta di percorso a ostacoli psichedelico.
Ciò che è innegabile, infatti, è il mix di colori che, unito a un’estetica striminzita e minimalista, ammantata da forme geometriche e neon alla TRON, è l’atmosfera anni ‘80 e ‘90. Il tutto è anche sintetizzabile con una parola: vaporwave. Quindi sì, c’è nostalgia, c’è una sensazione retrò ma il tutto si esaurisce abbastanza velocemente. Non c’è un filo conduttore narrativo se non quello di superare determinati percorsi mettendo alla prova le tue abilità di corsa, salto e scatto. Tutto qui.

Un salto più lungo della gamba
Parkour Labs è un gioco arcade in prima persona 3D che ti sfida a superare una serie di percorsi lineare a suon di salti, velocità e sprint. Il trucco per superare indenni il gioco è proprio studiare il percorso alla perfezione e comprendere quando saltare, quando doppio-saltare e quando concatenare il tutto con sprint o con i pochi elementi a schermo. Detto così sembra un gioco da ragazzi ma il titolo in esame racchiude un livello di difficoltà per pochi utenti… rischiando di diventare frustrante già dopo una decina di livelli, se non prima.
Il problema è che, oltre a una composizione dei livelli innegabilmente “infame” e che richiede molta attenzione nel ritmo e nelle tempistiche dei propri movimenti, il titolo pecca proprio nella precisione del gameplay. La sensazione costante di “pattinare” unita a un doppio-salto la cui altezza muta al mutare della velocità la quale non è gestita alla perfezione, crea situazioni a loro volta imprecise e difficili da prevedere nel modo corretto. Discorso analogo per lo sprint la cui distanza in avanti non è precisa e facile da calcolare, rischiando di finire sempre “oltre” l’obiettivo sperato.

Se uniamo quindi l’innegabile difficoltà di partenza del gioco a un gameplay fortemente impreciso, la frustrazione diventa molto difficile da gestire. Il tutto aggravato da un feeling generale e da un’interfaccia grezza e poco accattivante. Insomma, arrivare fino alla fine di Parkour Labs è per pochi volenterosi, anche perché il gioco non offre molti incentivi se non la struttura dei livelli che muta e il livello di sfida che aumenta. D’altro canto, se c’è una cosa che Parkour Labs prova a instillare, è un senso di crescita ludica non dovuta a esperienza in termini di statistiche interne. Ma proprio miglioramento ludico “strutturale”, come ai vecchi tempi, come il più classico degli arcade.
Il problema però, ancora una volta, è che a una difficoltà innegabilmente alta e che richiede innumerevoli tentativi, spesso fallimentari, si somma un feedback incoerente e che alimenta la frustrazione. Quest’ultima raggiungerà vette elevate man mano che gli elementi del gioco andranno a mutare, da piattaforme che rimbalzano, ad altre che svaniscono in poco tempo fino ad altre che non devi neanche sfiorare, pena il game over. E ah, per ogni fallimento, dovrai ricominciare dall’inizio, niente check point.

Grafica e sonoro
Graficamente parlando, Parkour Labs è molto minimalista. Un minimalismo che si colloca in atmosfere ispirate allo stile vaporwave. Sicuramente non per tutti ma che riesce, con poco e nel suo piccolo, al netto di copiose ripetizioni di elementi a schermo, un mini mondo quanto meno evocativo e nostalgico, di TRON-iana memoria. Ciò non toglie che è abbastanza poco. C’è da segnalare però la possibilità di vivere l’esperienza, in modo del tutto opzionale, con il PlayStation VR2. Modalità che non abbiamo potuto provare ma che, probabilmente, potrebbe migliorare leggermente l’impatto estetico, scaraventandoti letteralmente al suo interno.
Anche il sonoro non brilla per creatività o evocazione ma richiama con timide tracce un passato che si riscontra nella grafica. Quindi sì, estetica e sonoro comunicano tra loro e provano a dare uniformità a un mondo altrimenti abbastanza spoglio e anonimo. Infine, il titolo dispone dei sottotitoli in lingua italiana ma c’è davvero molto poco da leggere.
