Sviluppato da Rock Square Thunder e pubblicato da Feardemic, I Hate This Place è un gioco d’azione in terza persona 3D con visuale isometrica fissa a tema horror e con diversi elementi da survival, oltre a un sistema di crafting semplice ma efficace. Il tutto impreziosito da elementi fumettistici anni ‘80 e da una trama simil B-movie che riesce a intrattenere. Noi abbiamo abbiamo affrontato una serie di orrori dietro l’altro su PlayStation 5 e questa è la nostra recensione!
I Hate this Place dal fumetto al gioco
Ebbene sì, i cultori del fumetto avranno potuto riconoscere il titolo del gioco, I Hate this Place è infatti prima di tutto un fumetto e porta la firma di Kyle Starks alla sceneggiatura e Artyom Topilin al disegno. Il titolo in esame prende infatti ispirazione dall’opera cartacea sviluppandola a sua volta e dandole una narrazione videoludica che, senza troppi giri di parole, funziona da inizio alla fine. Non solo, a colpire l’utente sarà proprio la vicinanza alla grafica stessa del fumetto. Come? Con le intramontabili e iconiche onomatopee.
Queste ultime, oltre a una chiara funzione visiva, hanno anche uno scopo ludico pienamente coerente ed efficace e che scopriremo in maniera approfondita nei paragrafi successivi. Tornando all’aspetto narrativo, invece, I Hate this Place si apre come una sorta di B-movie fumettoso, ammantato coriacemente in un cel shading e sfruttando dialoghi abbastanza semplici e che potrebbero, almeno nelle prime battute, far prendere sotto gamba l’intero intreccio narrativo.

Procedendo con ordine, noi vestiamo i panni di Elena che esordisce su schermo insieme a una sua amica, intenzionate a fare una sorta di evocazione “demoniaca” con tanto di cerchio a terra e frasi rituali. Il problema è che… nonostante un lieve scetticismo e una leggerezza di fondo da parte delle due ragazze, effettivamente qualcosa succede ed Elena si ritrova improvvisamente da sola e avvolta in un mondo decisamente difficile da riconoscere.
La foresta in cui si erano accampate, infatti, inizia a diventare un teatro tetro e lugubre. Distese di budella e cadaveri di animali vanno a tracciare un sentiero fino a un edificio. Quel casolare è giusto l’inizio di un’avventura all’insegna del crafting e della sopravvivenza in stile pienamente horror dove, per riuscire a non soccombere, dovrai studiare tanto il luogo quanto le entità nemiche che lo popolano. Il motivo è che ognuna di esse ha delle proprie caratteristiche specifiche e no, nonostante la presenza di armi, lo scontro diretto non è consigliabile. Tutt’altro.
Per quanto riguarda il canovaccio narrativo in sé, seppur in linea con diversi cliché tipici del genere, grazie anche alla presenza di stravaganti personaggi, primo tra tutti l’enigmatico Adam, I Hate this Place funziona. Sì, ci sono dei momenti più fiacchi e prevedibili, ma considerando la tipologia di opera e la sua natura comunque derivata dal fumetto, il risultato positivo è più che soddisfacente e le vicende narrate, seppur un po’ frammentate e volutamente “oscure”, riescono a calamitare l’attenzione e a giustificare la nostra discesa negli orrori.

Come sopravvivere all’ignoto
I Hate this Place è un survival horror in terza persona 3D con visuale isometrica e con una componente di crafting abbastanza marcata. Raccattare oggetti, che siano per curarsi o per attaccare i vari nemici, è praticamente la base per sopravvivere in I Hate this Place. Dovrai, infatti, studiare bene i vari ambienti con calma e cura, raccogliere materiali e cercare di individuare i pericoli prima che sia troppo tardi. Il motivo è semplice, molti di essi sono potenzialmente letali e spesso sarai costretto a rocambolesche fughe fino a luoghi sicuri e/o nascondigli.
E avere una cura per luoghi e nemici, significa anche capire cosa li allerta e cosa evitare. Molte tipologie di avversari, ad esempio, è cieca ed è attirata unicamente dai rumori. Rumori che, come anticipato in questa stessa recensione, vengono ben evidenziati con onomatopee fumettesche. Banalmente, se corri, farai più rumore rispetto a procedere accovacciato. Non solo, sul pavimento ci potrebbe essere del vetro rotto e camminarci sopra significa aumentare di molto il rumore dei propri passi.

Ecco quindi che studiare un percorso prima di avanzare alla cieca può fare la differenza tra la vita e la morte. Ma, ben presto, scoprirai che I Hate this Place ha molto più da offrire di un semplice survival horror e lo scoprirai quando abbandonerai la prima location al chiuso, ossia il primo bunker. Qui il titolo sembra quasi incontrare Don’t Starve, con cui condivide diversi elementi, tra cui il crafting e la location, ossia una sconfinata foresta piena zeppa di orrori difficili da prevedere.
Oltre all’alternanza giorno e notte con un ciclo interno interamente automatizzato che diventa parte attiva e ludica. In breve, di giorno ci sono meno pericoli, di notte diventa tutto più letale e il raggio di visibilità, complice un buon sistema di illuminazione, diventa molto più limitato. Ecco quindi che esplorare quello che a conti fatti è una sorta di open world in salsa horror, diventa intrigante e interessante. Ma non è un open world fine a se stesso, anzi, a lunghe zone deserte infarcite da suoni inquietanti, ecco apparire missioni secondarie che sapranno catturarti o portarti, letteralmente, in altre dimensioni.
tutto a servizio di una macro trama e di un’atmosfera che, senza girarci troppo intorno, funziona e fa il suo dovere. Come funziona il crafting, fatto di materiali da raccogliere e/o produrre. Il tutto creando a nostra volta strutture da poter piazzare all’interno della fattoria che funge da nostro hub. E che dire del cibo e delle medicine, oltre che delle armi? Il cibo serve a tenere Elena sazia, elemento che incide sulla stamina che subisce i contraccolpi di quasi ogni nostra azione, dalla corsa al combattimento. Le medicine, o meglio, le bende, servono a curarci dalle ferite anche perché, al game over, si riparte direttamente dall’ultimo checkpoint o dal punto di salvataggio.

Le armi, invece, sono abbastanza poche e classiche, sia quelle ravvicinate che quelle a distanza e di cui dovrai aver cura di farmare anche i proiettili. Di tutti gli elementi di gioco, il combat system è quello meno sviluppato, volutamente rudimentale e quasi goffo. Elena, d’altronde, non è una eroina classica, anzi, nonostante una certa aggressività, non è in grado di affrontare i nemici e il titolo stesso suggerisce di agire prevalentemente di nascosto. Ecco perché il titolo può diventare frustrante o eccessivamente lento per chi non è abituato a queste determinate meccaniche.
Da segnalare anche una mappa non proprio perfetta. Questa, infatti, indica sì i punti di interesse ma è orfana di segnali e indicazioni, costringendoci a memorizzare interi percorsi e a complicare l’innegabile e in parte opprimente backtracking. Nonostante ciò, gli amanti dei survival, tenendo proprio in considerazione questi limiti, si troveranno un titolo che non perdona e dove ogni elemento, anche quello più grezzo, contribuisce a dar vita a un’atmosfera opprimente e dove ci si sente abbastanza in trappola.

Grafica e sonoro
Graficamente parlando, I Hate this Place spicca in alcuni elementi come il sistema d’illuminazione e i richiami al mondo del fumetto. Molto buona anche la resa degli ambienti mentre i personaggi risultano l’elemento più “grezzo”, afflitti anche da animazioni legnose e poco fluide. Discorso analogo per i nemici a cui però va il vanto di essere decisamente disgustosi seppur in parte derivativi. Da segnalare la presenza graditissima dei sottotitoli in lingua italiana, nonostante qualche piccolo errore.
Nota di pregio finale per il sonoro. Questi sfrutta un po’ le sonorità alla Stranger Things ma dosa perfettamente anche i silenzi, riempendoli di suoni ambigui e disturbanti che alimentano una certa tensione dandoti l’impressione di essere, potenzialmente, braccato. Presente anche un buon doppiaggio in inglese anche se non tutte le frasi risultano doppiate.
