Chi gioca da PC saprà che addentrarsi nei meandri di Steam per cercare un determinato titolo è un’impresa non da poco. Centinaia di generi, migliaia di titoli per genere, di cui la maggior parte sono prodotti discutibili a prezzi altrettanto discutibili. Capita spesso anche a me di perdermi all’interno dello store Valve, cercando invano giochi di carte strategici e non banali. Ecco perché, quando ho messo le mani su Decktamer, mi si sono illuminati gli occhi.
Deckbuilder e rogue lite
Decktamer si presenta come un rogue lite, ovvero quella categoria di giochi che basa la propria struttura su run singole, morte permanente e progressione graduale attraverso tentativi ripetuti. Il tutto è declinato attraverso un sistema di carte che, però, si discosta in modo interessante dal classico deckbuilder alla Slay the Spire.
A differenza del titolo di Mega Crit, in Decktamer ogni carta rappresenta una creatura, non un’azione o un effetto istantaneo. Quindi, più che a costruire un mazzo, il giocatore si ritrova a formare un party, con dinamiche che ricordano molto da vicino quelle di Pokémon: cattura, gestione del team, sinergie e specializzazioni. Di fatto, le creature che cattureremo non saranno semplici numeri, ma entità con abilità attive e passive che influenzeranno profondamente l’andamento degli scontri.

Il tutto è incorniciato da una narrazione minimale ma funzionale, raccontata attraverso un diario di viaggio. Ogni run è tradotta in gioco come una nuova spedizione in un mondo sconosciuto e ostile, e le annotazioni scritte seguiranno l’andamento delle nostre partite, alimentando così il senso di scoperta e fallimento tipico del genere. Perciò non aspettatevi una trama profonda o personaggi memorabili (Decktamer non ha proprio personaggi), ma un contesto coerente che giustifica esplorazione, combattimenti e ripetizione.
Gotta catch them all
Il cuore pulsante di Decktamer è senza dubbio il gameplay, ed è qui che il titolo mostra sia le sue idee migliori che qualche inevitabile inciampo.

Il sistema di combattimento si basa su turni in cui le creature schierate agiscono automaticamente in base alla loro posizione e alle abilità possedute. Il giocatore non “gioca carte” in senso stretto, ma decide come e quando schierare le creature, quali potenziare e quali sacrificare lungo il cammino. La gestione del party diventa quindi fondamentale: posizionamento, i classici ruoli (tank, DPS, supporto) e sinergie determinano spesso l’esito di uno scontro più delle singole statistiche. Perciò in Decktamer non basterà guardare quanti danni fa una determinata creatura, ma dovremo agire con una visione a lungo termine.

Uno degli aspetti più riusciti è il sistema di cattura delle creature. Durante le run è possibile indebolire i nemici e, a determinate condizioni, aggiungerli alla propria collezione. Questo introduce una componente di rischio interessante: finire rapidamente lo scontro o prolungarlo per tentare la cattura? Una decisione che diventa sempre più cruciale man mano che la difficoltà aumenta, ma che sarà di estrema importanza per portarsi a casa la partita. Anche perché ogni creatura che morirà sul campo di battaglia, scomparirà per sempre dai nostri ranghi.
Il sistema di progressione è soddisfacente, con potenziamenti permanenti che invogliano a tentare “ancora una run”, ma non tutto funziona alla perfezione. Alcune combinazioni di creature risultano nettamente più efficaci di altre, riducendo la varietà nelle run più avanzate. Inoltre, l’RNG tipico del genere può talvolta farsi sentire in modo un po’ troppo pesante, soprattutto quando le opzioni offerte non permettono reali alternative strategiche.

Detto questo, quando il gioco gira nel verso giusto, Decktamer riesce a creare situazioni emergenti molto interessanti, in cui una singola creatura ben sfruttata può ribaltare completamente una run che sembrava persa e chi gioca tanti rogue lite sa quanto possa essere inebriante come cosa.
Grafica e sonoro: pochi fronzoli, tanta personalità
Dal punto di vista visivo, Decktamer adotta uno stile grafico semplice ma coerente, con un uso intelligente dei colori e delle animazioni (molto minimali). Non è un gioco che punta allo spettacolo tecnico, ma alla leggibilità, qualità fondamentale in un titolo così strategico.
L’aspetto migliore è senza dubbio al design delle creature: ognuna ha una propria identità visiva ben definita, che spesso rispecchia anche il suo ruolo in battaglia. Si passa da mostri inquietanti a creature quasi buffe, tutte accomunate da un character design ispirato e riconoscibile, interamente disegnato a mano.

Il comparto sonoro accompagna bene l’esperienza senza mai sovrastarla. Le musiche sono discrete ma azzeccate, mentre gli effetti sonori aiutano a dare peso alle azioni in combattimento. Nulla di memorabile, ma assolutamente funzionale.
