Sviluppato e pubblicato da Hitori De Productions in sinergia con Jandu Soft, Dream Cage è un horror psicologico in prima persona 3D che parte da un incipit e da un’idea di fondo molto interessante: il protagonista è in lotta contro l’Alzheimer e, soprattutto, contro la paralisi notturna. Questi due elementi, mixati al passato frammentato del nostro avatar, saranno chiave e ostacolo degli orrori che ci attendono. Noi abbiamo vissuto l’incubo su PlayStation 5 e questa è la nostra recensione!
Dream Cage e l’incubo di non potersi muovere
Gli sviluppatori di Dream Cage hanno comunicato che il titolo è basato su conversazioni con persone che hanno realmente vissuto episodi di paralisi del sonno. Si tratta quindi di una sorta di rielaborazione in sala horror di esperienze potenzialmente reali. Nel dettaglio, il gioco si sviluppa nell’arco di cinque notti in cui vestiamo i panni del tormentato e malato Robert. Tra problemi di memoria e insonnia, a cui si aggiunge una dipendenza di farmaci e diversi elementi paranoici, la vita del nostro alter ego non è decisamente tra le più rosee.
Ad approfondire il suo passato e soprattutto la sua situazione con gli altri che lo circondano, ci sono dei documenti che possiamo localizzare in giro nelle nostre brevi sessioni di gioco. Si tratta prevalentemente di “memoria” o riflessioni scritte dallo stesso Robert e che condividono i suoi problemi tra cui spicca un vicino che sembra non sopportarlo affatto, accusandolo di rumori molesti e arrivando fino a chiamare la polizia.

Ma queste sono le parole di Robert. Quanto possiamo affidarci a lui? Questa domanda invade i nostri pensieri anche e soprattutto durante il gioco. Il nostro scopo, infatti, è quello sia di sopravvivere che di individuare almeno sette anomalie di dieci. Dieci per serata per un totale di cinquanta. Tali anomalie non sono altro che elementi decisamente fuori posto da una vasca piena di sangue alla televisione che si accende da solo.
Intercettarle e illuminarle con la nostra videocamera aiuterà il povero Robert a conciliare il sonno e ad abbandonarsi durante la notte. Ebbene, prima abbiamo parlato di “sopravvivere” e il motivo è semplice. Non siamo soli. Diverse entità sembrano essere sulle nostre tracce e loro si palesano man mano che l’indicatore della paura di Robert s’aggrava. Inoltre, tali creature sono protagoniste delle nottate del povero Robert…

Tali episodi “notturni” sono gli unici effettivamente legati alla questione della “paralisi del sonno” prima citata ma si consumano in brevi siparietti che rischiano di risultare più disgustosi che altro. E parlando di disgusto e ancor più dell’orrore, Dream Cage offre un primo impatto decisamente riuscito, complice una situazione tutta da svelare e potenziata da una solitudine opprimente e claustrofobica in qui potenzialmente tutto può succedere.
Peccato che tale tensione si consuma abbastanza velocemente una volta che si comprende la portata reale del “pericolo” e soprattutto la ciclicità degli eventi. Nel dettaglio: capito cosa può succedere, l’orrore va a scemare. A ciò si aggiunge anche una durata generale del titolo molto bassa col potenziale rischio di completarlo nel giro di un’ora o poco più. Da segnalare però la presenza di ben due finali uno dei quali richiede la ricerca di tutte e cinquanta le anomalie.

Un horror claustrofobico
Dream Cage è un horror psicologico in prima persona 3D single player dove nei panni di Robert dovremo darci all’esplorazione del nostro stesso appartamento. Il luogo, infatti, nonostante qualche piccolo cambiamento, resterà lo stesso per tutte e cinque le notti che compongono la nostra disavventura. Come accennato prima e come spiegato dal gioco stesso in un menù minimalista ed essenziale, il nostro scopo è intercettare delle anomalie.
Per farlo, dovremo prima localizzare una videocamera, impugnarla e usarla per scansionare ciò che crediamo possa essere un’anomalia. Tale azione comporta una spesa in “energia” con tanto di batterie da intercettare in giro e cambiare. La spesa energetica non è proprio coerentissima e la diffusione randomica delle batteria può causare qualche problemino. Il motivo è che la telecamera è anche l’unico strumento a nostra disposizione con cui poter individuare le entità.

Tali creature, se dovessero raggiungerci, ci porteranno al game over. Si tratta di mostruosità lente ma crudeli la cui presenza si fortifica man mano che la paura di Robert aumenta. Tale indicatore, sempre visibile a schermo, può essere attenuato con l’utilizzo di pillole che, come le batterie, sono sparse in giro per le stanze e non sempre sono generose o ben posizionate. O meglio, possono capitare sessioni piene di materiali e altre quasi del tutto deserte. Fortuna…
Da segnalare anche che il sistema di aumento della paura non è proprio perfetto né gestibile. Non sempre si capisce cosa la fa aumentare e cosa no e il gioco in questo non è chiaro. Inoltre, ci viene chiesto di attivare il microfono facendoci intuire che i nostri stessi rumori avranno conseguenze in gioco. Ebbene, nelle nostre sezioni non abbiamo notato grandi cambiamenti. Un peccato.

Grafica e sonoro
Graficamente parlando, Dream Cage regala un ambiente contenuto e unico ma dai dettagli discretamente ben curati. Ovviamente una sola e piccola location per tutto il gioco, seppur con qualche cambio di mobile, è abbastanza poco. Le entità, invece, seppur inquietanti a distanza, risentono di animazioni non proprio ben implementate ma restituiscono comunque momenti discretamente splatter e anche un po’ disgustosi.
Il sonoro è tra gli elementi che contribuiscono a creare un’ottima tensione iniziale. Ci sono rumori vari, confusi, continui, fuori dalla nostra portata. Questo ci porta a guardarci intorno più volte temendo chissà cosa. Porte che vengono bussate, passi, fruscii… eppure non c’è niente. Purtroppo, come per l’aspetto estetico e ludico, capito il trucco e abituati al mood ludico, la tensione e l’effetto horror va a scemare non subendo, di fatto, alcun tipo di variazione. Da segnalare la presenza gradita dei sottotitoli in lingua italiana anche se non sempre sono coerenti o corretti. In compenso, aiutano non poco a far luce su una trama che rimane comunque abbastanza fumosa.
