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What Have You Done, Father? la recensione

Padre, dobbiamo parlare

Emanuele Ribaudo 51 secondi fa 10
 
What Have You Done, Father?
7
What Have You Done, Father?
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Tranquilli, non ho improvvisamente deciso di confessare i miei peccati e, soprattutto, non sono qui per raccontarvi cosa ho combinato durante l’ultima trasferta stampa.

Contenuti
What Have You Done, Father?: peccato, colpa e una canonica piena di segretiGameplay: esplorazione, investigazione ed enigmi leggeriGrafica e atmosfera: quando la canonica diventa protagonistaSonoro e doppiaggioWhat Have You Done, Father? vale la pena?

Il problema è che, questa volta, il titolo del gioco sembra rivolgere la domanda proprio a noi.

What Have You Done, Father? è una di quelle produzioni che riescono a incuriosire già dal nome. Un sacerdote, una canonica, una donna misteriosa, una storia che affonda le mani nel peccato e, perché no, qualche situazione decisamente poco compatibile con l’immagine che normalmente associamo a un uomo di Chiesa.

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Sviluppato da Darkania Works, What Have You Done, Father? è un thriller psicologico in prima persona che mescola esplorazione, investigazione, qualche enigma e una componente horror, molto blanda in realtà, che preferisce lavorare sull’atmosfera piuttosto che sullo spavento facile.

Il titolo è disponibile su Nintendo Switch ed è giocabile anche su Nintendo Switch 2, console sulla quale abbiamo affrontato questa particolare discesa tra peccato, desiderio e colpa.

E dopo averlo portato a termine, una cosa posso dirtela subito: non è il classico horror che vi farà saltare dalla sedia ogni cinque minuti, ma ha qualcosa da raccontare.

Vediamo allora se vale la pena ascoltare questa confessione fino alla fine.

What Have You Done, Father?: peccato, colpa e una canonica piena di segreti

La nostra storia comincia con Padre Mathias Marton, un sacerdote che conduce una vita apparentemente tranquilla all’interno della propria canonica. Apparentemente.

Una telefonata rompe infatti la monotonia delle sue giornate. Dall’altra parte della cornetta c’è Marina Constanza, una donna che vuole incontrarlo e discutere con lui di una questione piuttosto delicata.

Mathias accetta e, come spesso accade nei videogiochi, probabilmente avrebbe fatto meglio a non farlo.

L’incontro dovrebbe essere relativamente semplice: preparare qualcosa da bere, accogliere l’ospite e parlare.

Il gioco ci mette addirittura nelle condizioni di preparare una tazza di tè alla fragola.

Sì, hai letto bene. Dolcissimo, stucchevolissimo tè alla fragola. Il nostro protagonista è un sacerdote coinvolto in una vicenda sempre più oscura e noi iniziamo preparando il tè.

È proprio questo contrasto a funzionare nelle prime battute: la normalità delle azioni quotidiane si scontra progressivamente con quello che sta per accadere.

La situazione precipita e Mathias si ritrova coinvolto in una vicenda nella quale peccato, desiderio, colpa e morte diventano elementi impossibili da separare.

Da questo momento in poi la canonica cambia completamente volto.

Quello che sembrava essere semplicemente il luogo nel quale vive il protagonista diventa una sorta di contenitore per segreti, ricordi e testimonianze di un passato tutt’altro che immacolato.

Ed è proprio qui che What Have You Done, Father? trova la sua dimensione migliore.

La storia non vuole semplicemente raccontarci cosa è successo a Marina, ma cerca di mettere il protagonista davanti alle proprie debolezze e, soprattutto, alle conseguenze delle sue azioni.

Il problema è che, proprio quando la vicenda comincia a diventare interessante, arriva anche il momento di salutarla.

Due ore, o poco più, passano davvero troppo velocemente.

Gameplay: esplorazione, investigazione ed enigmi leggeri

Se sei alla ricerca di un horror nel quale impugnare un’arma, gestire munizioni, scappare da mostri e maledire il televisore perché il protagonista corre alla velocità di una lumaca zoppa, puoi tranquillamente fermarti qui. Come già detto, What Have You Done, Father? è tutt’altra cosa.

Il gameplay è quello di una avventura narrativa in prima persona nella quale l’esplorazione rappresenta il vero fulcro dell’esperienza.

Ci muoviamo all’interno della canonica, osserviamo gli ambienti, interagiamo con gli oggetti e raccogliamo tutto ciò che può aiutarci a ricostruire la vicenda.

Se apprezzi questo tipo di horror, dove narrazione e atmosfera contano più dell’azione pura, il principio non è troppo distante da quello che abbiamo apprezzato anche nella nostra recensione di SOMA, pur trattandosi naturalmente di esperienze e produzioni molto differenti.

Il titolo non ha intenzione di metterci davanti a chissà quale rompicapo. Gli enigmi sono generalmente semplici e servono soprattutto a rallentare leggermente il ritmo e a darci una ragione per esplorare ogni stanza.

E qui arriva uno degli aspetti che ho apprezzato maggiormente.

La canonica racconta. Fotografie, documenti, appunti e altri oggetti permettono di ricostruire frammenti del passato e aggiungono informazioni che non sono necessariamente indispensabili per arrivare ai titoli di coda.

Sono proprio questi dettagli a dare un minimo di profondità a un’esperienza che, altrimenti, rischierebbe di ridursi a una semplice passeggiata da un punto A a un punto B.

Peccato che l’investigazione vera e propria sia decisamente meno sviluppata di quanto il concept potrebbe far pensare.

Le conversazioni, per esempio, ci permettono di porre domande ai vari personaggi, ma le possibilità di scelta sono piuttosto limitate e non danno realmente la sensazione di stare conducendo un’indagine.

In pratica, spesso siamo noi a dover fare il lavoro del detective mentre il gioco ci accompagna abbastanza gentilmente verso la soluzione.

È un approccio che può ricordare, almeno per alcuni elementi, altri horror narrativi e investigativi in prima persona come The Beast Inside, anche se quest’ultimo sviluppa in maniera molto più marcata puzzle e componente survival.

Non è necessariamente un difetto, soprattutto considerando la durata complessiva, ma avrei preferito che alcune meccaniche fossero maggiormente approfondite.

Il risultato è quindi un gameplay semplice, accessibile e funzionale alla storia, ma sicuramente non memorabile.

E forse è anche giusto così. Perché qui il protagonista assoluto non è il gameplay: è la storia. Una storia che, per alcuni dei temi affrontati, riesce inevitabilmente a richiamare alla mente anche episodi della cronaca degli ultimi anni.

Grafica e atmosfera: quando la canonica diventa protagonista

What have you done, father? La recensione

Dal punto di vista grafico, la canonica è senza dubbio uno degli elementi meglio riusciti del gioco.

Non parliamo di un comparto tecnico capace di competere con le produzioni più importanti disponibili sulle console Nintendo, ma l’impatto generale è positivo e, soprattutto, coerente con quello che il gioco vuole trasmettere.

Gli ambienti sono abbastanza ricchi di dettagli e l’illuminazione svolge un ruolo fondamentale nel creare quella sensazione di disagio che accompagna l’intera esperienza.

Noi abbiamo giocato What Have You Done, Father? su Nintendo Switch 2 tramite la compatibilità con il software Nintendo Switch e l’esperienza si è dimostrata complessivamente pulita e piacevole.

Particolarmente riuscita è la capacità degli ambienti di cambiare percezione durante la storia.

Una stanza che inizialmente appare normale può diventare improvvisamente inquietante semplicemente grazie all’illuminazione o a ciò che scopriamo al suo interno.

E per un titolo nel quale l’atmosfera conta decisamente più dell’azione, questo è fondamentale.

What have you done, father? La recensione
What have you done, father? La recensione

Sonoro e doppiaggio

Anche il sonoro segue la stessa filosofia.

La musica non è costantemente presente e viene utilizzata soprattutto per accompagnare determinati momenti della storia.

Sono però gli effetti ambientali a contribuire maggiormente alla costruzione dell’atmosfera.

Rumori, silenzi e piccoli dettagli sonori riescono a rendere la canonica un luogo meno rassicurante di quanto potrebbe sembrare.

Il doppiaggio è presente, ma non tutti i dialoghi sono doppiati.

È una scelta che personalmente avrei preferito fosse gestita in maniera più uniforme, soprattutto considerando quanto la componente narrativa sia importante.

Nulla di drammatico, ma sicuramente un’occasione mancata per rendere alcuni personaggi più credibili.

What Have You Done, Father? vale la pena?

What Have You Done, Father? è uno di quei giochi che probabilmente non ricorderemo per il suo gameplay, ma per la storia che ha deciso di raccontare e per il modo particolare con cui lo fa.

Darkania Works costruisce un thriller psicologico breve e volutamente contenuto, nel quale peccato, senso di colpa e segreti personali diventano più importanti di combattimenti o grandi enigmi.

Considerando anche la durata contenuta, può rappresentare una buona scelta per chi cerca un’esperienza narrativa da terminare in una serata e preferisce atmosfera ed esplorazione all’horror più aggressivo.

A patto, naturalmente, di non aspettarsi un miracolo.

Dopotutto, anche un Padre può avere qualcosa da nascondere.

Scopri tutto su What Have You Done, Father?
What Have You Done, Father?
What Have You Done, Father?
7
Grafica 8
Sonoro 7
Longevità 6
Gameplay 7
Aspetti positivi Atmosfera ben riuscita Storia intrigante Esplorazione piacevole
Aspetti negativi Troppo breve Investigazione poco approfondita disadvantage item Gameplay piuttosto semplice
Considerazioni finali
Un’avventura narrativa breve, particolare e capace di incuriosire. Non brilla per profondità del gameplay, ma trova nella storia e nell’atmosfera i suoi punti di forza. Su Nintendo Switch 2 è probabilmente il modo migliore per vivere questa particolare confessione.

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