I Hate This Place parte con una promessa niente male: prendere il survival horror, metterlo in visuale isometrica, sporcarlo con crafting, stealth e gestione delle risorse, e poi impacchettare tutto dentro un’estetica da fumetto horror anni ’80. Sulla carta, insomma, le premesse sono molto buone. Il gioco, sviluppato da Rock Square Thunder e pubblicato da Broken Mirror Games / Feardemic, nasce dall’omonima serie a fumetti pubblicata da Skybound, e questa origine si vede subito: colori accesi, mostri deformi, scritte onomatopeiche che esplodono a schermo e un’atmosfera che prova a stare a metà tra il grottesco, il mistero rurale e l’incubo sovrannaturale.
I Hate This Place, non molto da Scooby-Doo
La storia segue Elena Rutherford, una giovane donna che torna nel ranch maledetto della propria famiglia per capire cosa sia successo a sua madre. La famiglia Rutherford sembra intrappolata in questa realtà distorta, incapace di liberarsi completamente dalla maledizione che avvolge il luogo. Elena, invece, pare avere una libertà maggiore: può entrare e uscire da questo incubo, almeno inizialmente, ma ben presto viene risucchiata in una vicenda fatta di sparizioni, creature mostruose, cultisti, fantasmi e presenze sovrannaturali.
Tra queste spicca il cosiddetto Horned Man, figura centrale del mistero e presunto responsabile del caos che ha colpito il ranch. Il problema principale, però, è che la narrazione non riesce mai davvero a valorizzare le sue premesse. Molti momenti importanti arrivano in modo quasi casuale, spesso tramite missioni secondarie che comunque potremmo mancare se vogliamo fare solo le missioni principali. Le rivelazioni non hanno sempre il giusto peso, il tizio “cornuto” non risulta particolarmente inquietante e anche la componente cospirativa, che avrebbe potuto allargare molto l’universo narrativo, resta poco approfondita. Ci sono note, documenti e frammenti da leggere, ma non bastano a dare alla storia la forza che avrebbe meritato.

Survival, stealth e combattimento
Dal punto di vista del gameplay, I Hate This Place prova a combinare survival horror, crafting, combattimento, stealth e base building. Il gioco ci porta ad esplorare il ranch dei Rutherford e le zone circostanti, tra foreste, bunker, strutture abbandonate e luoghi contaminati dalla maledizione. L’idea di base è buona con il raccogliere risorse, costruire oggetti, migliorare la propria base, evitare i nemici quando possibile e combattere solo quando necessario.
Il gioco introduce anche un sistema legato al rumore, con indicatori visivi in stile fumetto che mostrano quanto stiamo attirando l’attenzione. È forse una delle sue trovate migliori, nonostante non sia un’idea completamente nuova.
Personalmente mi è tornato subito in mente XIII di Ubisoft, con il suo linguaggio visivo da fumetto e gli effetti sonori graficati.
Tuttavia, l’esecuzione non è sempre convincente. Il combattimento risulta spesso pesante, soprattutto per via di nemici troppo resistenti, capaci di assorbire diversi colpi anche quando vengono centrati da vicino con armi potenti come il fucile.
Le granate sembrano poco efficaci, i nemici alternano momenti banali ad altri frustranti e la stamina rende gli scontri più macchinosi che tesi. Lo stealth funziona meglio in alcune sezioni, ma viene rovinato da nemici insistenti e da situazioni non sempre leggibili. Si muore spesso, si perde progresso e non sempre per colpa di un errore da parte nostra.

Esplorazione, crafting e sopravvivenza
La parte più interessante del gioco emerge quando I Hate This Place ci lascia un po’ di respiro invitandoci a esplorare, raccogliere materiali e prepararsi alla sopravvivenza. Il ciclo giorno-notte è anch’essa una delle idee migliori: durante il giorno l’atmosfera resta inquietante ma più gestibile, mentre di notte il mondo diventa molto più ostile, con mostri aggressivi e visibilità ridotta.
Bello il clima che viene a crearsi perché ci porta a pianificare meglio gli spostamenti, a capire quando rientrare alla base e a sfruttare torcia, armi e risorse con maggiore attenzione.
Il crafting non sembra inutilmente complesso e permette di creare armi, oggetti utili, strumenti da lancio e miglioramenti per il ranch. Anche la costruzione della base ha una sua funzione concreta, perché aiuta a ottenere cibo e materiali con meno fatica. Le blueprint sparse nella mappa danno un buon incentivo all’esplorazione e alcuni codici o enigmi ambientali aggiungono varietà.
Interessanti anche le indagini paranormali sui fantasmi, dove il gioco cambia leggermente registro e introduce una dimensione alternativa in cui la lanterna rivela dettagli nascosti. Sono momenti riusciti, anche se a volte poco guidati e non sempre chiarissimi nella soluzione.

La grafica a fumetto funziona sempre
Sul piano visivo, I Hate This Place è probabilmente nel suo territorio migliore. Lo stile da fumetto horror anni ’80 è forte, riconoscibile e ben adattato al linguaggio videoludico. Di giorno il mondo è colorato, quasi pop, mentre di notte diventa più cupo e minaccioso. Gli effetti della maledizione che si espandono sul terreno, le mutazioni nelle aree di laboratorio e il design dei mostri aiutano a costruire un’identità molto precisa.
Anche i menu sono curati: il taccuino di Elena, pieno di schizzi, note, missioni e mappa, è uno degli elementi più riusciti dell’interfaccia. L’estetica richiama chiaramente un immaginario horror retrò, vicino a certe atmosfere da fumetto indipendente e da racconto sovrannaturale anni ’80. Peccato che l’atmosfera non sia sempre sostenuta dalla scrittura e dal ritmo. Il gioco appare inquietante, ma raramente riesce a fare davvero paura. La paura resta più una promessa estetica che una sensazione costante durante l’esperienza.

Negli horror, il sound fa metà del lavoro
Il comparto audio accompagna discretamente l’esperienza, ma non riesce a lasciare un segno forte. Il doppiaggio è presente, però le interpretazioni non sembrano particolarmente memorabili e in alcuni momenti risultano un po’ rigide. Ci sono anche problemi di sincronizzazione o coerenza: alcune battute partono a metà, altre non corrispondono perfettamente ai balloon testuali, e in generale la componente vocale non sempre valorizza le scene.
Più gravi sono i problemi tecnici: NPC e nemici duplicati, mappe che non si aprono, missioni che non vengono segnate come completate, marker che portano nel posto sbagliato e attacchi nemici che continuano a infliggere danno anche quando l’animazione sembra ormai finita.
Ancora più fastidiosi sono i blocchi completi del gioco, perché perdere venti o trenta minuti di progresso in un survival horror non è un dettaglio trascurabile. Su PC il frame rate sembra stabile, ma su Steam Deck l’esperienza appare meno affidabile. Anche le opzioni di accessibilità sembrano piuttosto limitate, con impostazioni base per lingua, risoluzione, grafica e frame rate, ma poco altro.
