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E’ deceduto ieri, domenica 26 Novembre, a soli 40 anni il noto scrittore e giornalista Alessandro Leogrande.
Leogrande era nato a Taranto nel 1977.

Grande giornalista e filosofo oltre che scrittore, fu un attivista contro lo sfruttamento degli immigrati.

La sua carriera giornalistica ebbe inizio preso Primavera Radio, frequenza molto popolare nel Salento.

Parecchie le collaborazioni che il giovane scrittore vantava, una tra tutte il suo contributo presso il Corriere del Mezzogiorno.

Scriveva più che altro reportage sulle nuove mafie, sullo sfruttamento degli immigrati nelle campagne italiane e sui movimenti di protesta.

Il padre Stefano è stato il primo a comunicare la notizia della morte prematura dello scrittore.

«Alessandro, per me, era bellissimo. Alessandro era la Gioia, che entrando in casa , ci coinvolgeva e travolgeva, roboante e trascinante; ma era anche il lavoro fatto bene, analitico e profondo; tutto alla ricerca della verità; ed era anche la denuncia; fatta con lo stile dell’annuncio, che, nonostante tutto, un mondo migliore, è ancora possibile. Ho sempre percepito, orgogliosamente, che la Sua essenza fosse molto, ma molto migliore della mia. Oggi questo padre si sente orfano».

Alessandro Leogrande ha lasciato i propri cari a causa di improvviso malore nella sua abitazione di Roma.
Ricordiamo insieme alcuni dei suoi più noti scritti, uno tra tutti è “La Frontiera” edito da Feltrinelli.

“C’è una linea immaginaria eppure realissima, una ferita non chiusa, un luogo di tutti e di nessuno di cui ognuno, invisibilmente, è parte: è la frontiera che separa e insieme unisce il Nord del mondo, democratico, liberale e civilizzato, e il Sud, povero, morso dalla guerra, arretrato e antidemocratico. È sul margine di questa frontiera che si gioca il Grande gioco del mondo contemporaneo. Questa soglia è inafferrabile, indefinibile, non-materiale: la scrittura vi si avvicina per approssimazioni, tentativi, muovendosi nell’inesplorato, là dove si consumano le migrazioni e i respingimenti, là dove si combatte per vivere o per morire. Leogrande ci porta a bordo delle navi dell’operazione Mare Nostrum e pesca le parole dai fondali marini in cui stanno incastrate e nascoste. Ci porta a conoscere trafficanti e baby-scafisti, insieme alle storie dei sopravvissuti ai naufragi del Mediterraneo al largo di Lampedusa; ricostruisce la storia degli eritrei, popolo tra i popoli forzati alla migrazione da una feroce dittatura, causata anche dal colonialismo italiano; ci racconta l’altra frontiera, quella greca, quella di Alba Dorata e di Patrasso, e poi l’altra ancora, quella dei Balcani; ci introduce in una Libia esplosa e devastata, ci fa entrare dentro i Cie italiani e i loro soprusi, nella violenza della periferia romana e in quella nascosta nelle nostre anime: così si dà parola all’innominabile buco nero in cui ogni giorno sprofondano il diritto comunitario e le nostre coscienze. Quanta sofferenza. Quanto caos. Quanta indifferenza. Da qualche parte nel futuro, i nostri discendenti si chiederanno come abbiamo potuto lasciare che tutto ciò accadesse.”

Altra opera che narra del naufragio di una nave albanese è “Il naufragio. Morte nel Mediterraneo”, un saggio che tratta di politica e giustizia.

Popolazioni che scappano da guerre civili e religiose, donne e bambini in preda alla paura che rincorrono il sogno di una vita migliore.

“Alle 18.57 del 28 marzo 1997 una piccola motovedetta albanese stracarica di immigrati, la Kater i Rades, viene speronata da una corvetta della Marina militare italiana, la Sibilla. In pochi minuti l’imbarcazione cola a picco nel Canale d’Otranto.

I superstiti sono solo 34, i morti 57, in gran parte donne e bambini, 24 corpi non verranno mai ritrovati. È uno dei peggiori naufragi avvenuti nel Mediterraneo negli ultimi vent’anni. Ma soprattutto è la più grande tragedia del mare prodotta dalle politiche di respingimento. La guerra civile albanese, che infuria da settimane, spinge migliaia di uomini, donne e bambini a partire verso le coste italiane in cerca della salvezza.

La crisi del paese balcanico fa paura. In molti in Italia alimentano il terrore dell’invasione e prospettano la necessità del blocco navale. Prima dello scontro, la Sibilla insegue la Kater i Rades per un tempo che agli uomini e alle donne sulla carretta appare incredibilmente lungo. Il processo per accertare le responsabilità dell’accaduto è lunghissimo. Le indagini vengono ostacolate e intralciate, alcune prove scompaiono o non vengono mai recuperate. Alla fine, gli unici responsabili del disastro risultano essere il comandante della Sibilla e l’uomo al timone della Kater. L’autore ha indagato a lungo sul naufragio ha incontrato i sopravvissuti e i parenti delle vittime, i militari, gli avvocati, gli attivisti delle associazioni antirazziste e ha girato per le città e i villaggi dell’Albania da cui sono partiti i migranti.”

Non ultimo il libro-inchiesta “Uomini e caporali: viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud”, edito da Mondadori nel 2008.

“La Puglia – al pari di altre regioni del Sud d’Italia è diventata la meta di un pellegrinaggio disperato. Ogni anno centinaia e centinaia di stranieri giungono lì col miraggio di guadagnarsi un po’ di soldi lavorando alla raccolta estiva dei pomodori o di altri frutti della terra. In particolare l’Europa dell’Est si è rivelata il serbatoio ideale di questa manodopera a basso prezzo.
Ma quasi immancabilmente ragazzi e adulti provenienti dall’Ucraina e dalla Polonia vedono il loro piccolo sogno di miglioramento economico infrangersi davanti a una realtà durissima, fatta di condizioni igieniche, lavorative e salariali atroci. Molti di loro cadono vittime di veri e propri caporali dello sfruttamento (spesso loro connazionali) che col tacito accordo dei proprietari dei terreni – li fanno vivere e lavorare in condizioni davvero semischiavistiche.
L’ignoranza della lingua, la scarsa conoscenza dei luoghi e delle leggi, e un sistema ben organizzato di minacce e violenze fanno sì che le settimane di lavoro si trasformino in un’esperienza da incubo.”

La comunità di amici e colleghi si dichiarano sconvolti dall’improvvisa perdita del giovane che si è sempre battuto per i diritti dei più deboli.

Il sindaco di Bari ha rilasciato una dichiarazione nella quale comunica di essere sconvolto dalla notizia della morte di Leogrande il quale lo definisce:
«…uno degli scrittori pugliesi più brillanti della sua generazione, e non solo. n giornalista acuto, un osservatore attento, legato alla sua Taranto e a questa nostra bellissima terra di Puglia che ancora soffre di piaghe antiche, come quella del caporalato, cui aveva dedicato uno studio intenso e scioccante. Un uomo che aveva scelto di prestare la sua voce agli ultimi, alle donne e agli uomini sfruttati e dimenticati, i cui diritti vengono quotidianamente calpestati»
Sgomento invece il Sindaco di Taranto Rinaldo Melucci, coetaneo di Leogrande che intende dedicare uno spazio all’autore all’interno del liceo Archita ove lo stesso scrittore ha studiato.
«Sono notizie che trafiggono e lasciano increduli, immobili. Non conoscevo personalmente Alessandro Leogrande ma avevo letto i suoi scritti, i suoi lavori impegnati, le inchieste. Se ne va un tarantino sensibile e illuminato»

Noi di PlayBook e di iCrew-Play esprimiamo tutto il nostro cordoglio alla famiglia e tristemente salutiamo un’icona della cultura italiana.